Sabado Madrileño

Da quando sono arrivata, il mio coinquilino continua a dirmi che dovrei abbandonare la mia vita da Erasmus, fatta di lauti pasti consumati ad orari improponibili, cañas, tapas e bocadillos, per intraprendere quella madrileña. Così, sfruttando un weekend libero dal lavoro, ha deciso di fare una Fiesta de bienvenido. E quale pietanza può rappresentare meglio la Spagna, se non la paella?

Come mi aspettavo era deliziosa ( o, come direbbero gli spagnoli, muy rica ); quello che però mi ha più divertito di questa comida è stato imparare tantissime cose su questo piatto che nemmeno conoscevo!

La paella ( che si pronuncia “paeglia”, e non “paella” o, peggio, “paiella” ), prende il nome dalla padella che si usa per prepararla. E fin qui niente di nuovo. Ma veniamo a quello che un qualsiasi turista in vacanza potrebbe non sapere: la paella è un piatto tipico valenciano, non madrileño, e gli spagnoli la mangiano a pranzo. Solo ai bambini viene servita nel piatto, mentre gli adulti la mangiano direttamente dalla padella. E ancora, per fare una buona paella, lo strato di riso aderente al fondo della padella si deve bruciacchiare. Garantisco che anche la parte quemada è ottima; l’unico problema viene dopo, quando si deve scrostare la padella! L’ultima cosa che ho imparato è che, nonostante ci siano diversi tipi di paella, quella classica si prepara con carne di pollo e di coniglio; quella di marisco ( con cozze, vongole e gamberi ) è più turistica.

Questa bontà culinaria è stata accompagnata da una bevanda che in Spagna è tanto popolare quanto la sangria, il tinto de verano, preparato con vino rosso e soda.

Per concludere la giornata in pieno stile madrileño, non poteva mancare la tappa obbligata al Candela, locale famosissimo di Madrid, che si trova nel quartiere Lavapies e che dagli anni ’80 rappresenta  uno dei punti di riferimento del flamenco spagnolo. Tutti i bailaores più famosi sono passati da qui e, ancora oggi,  il Candela rappresenta un punto di incontro per artisti e appassionati di uno stile di ballo intramontabile e caposaldo della cultura spagnola.

 

Madrid, torna la normalità dopo la tensione

Ancora proteste e manifestazioni sotto il cielo di Madrid, proprio in concomitanza con quelle di Piazza Syntagma ad Atene. Ieri il coordinamento “25-S” , gruppo di attivisti creato online e ispirato a quello americano di Occupy Wall Street, è riuscito a mobilitare migliaia di persone (6.000 secondo la Delegazione del Governo) per chiedere le dimissioni di quei Parlamentari  colpevoli di aver accettato le pesanti norme di austerity imposte dall’Europa per salvare le banche spagnole.

Quella che era iniziata come una manifestazione pacifica, si è trasformata verso le 19 in guerriglia urbana e la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti è arrivata al punto tale che le notizie da Madrid hanno avuto risonanza su tutti le più importanti testate giornalistiche mondiali.

Gli scontri più violenti hanno avuto luogo in Plaza Neptuno, sede del Congresso, la quale è stata assediata per qualche ora. La risposta della polizia è stata immediata, con cariche e proiettili di gomma sparati contro la folla. Il bilancio finale è stato di 64 feriti, 27 dei quali poliziotti, e 35 arresti. E mentre oggi il Ministro dell’Interno appoggia la polizia, affermando che sarebbe stata costretta ad intervenire contro una “violenza estrema” attribuita ai manifestanti, IU e PSOE denunciano l’impiego sproporzionato delle forze dell’ordine.

Dall’altra parte, gli esponenti di 25-S, che hanno denunciato la presenza di poliziotti in borghese nel corteo, hanno deciso di convocare un’altra manifestazione il 29 settembre. Oggi, il giorno dopo la manifestazione, tutto o quasi è tornato alla normalità. Come a luglio, quando ebbi modo di raccontare un altro momento “caldo”, la tensione sale al massimo nel corso della manifestazione, per poi tornare tutto a posto. La cenere però è calda e la miccia è pronta ad esplodere nuovamente alla prossima occasione.

Finalmente Erasmus!

Sono qui da meno di un mese, eppure mi sembra che questa città mi stia ospitando da sempre. Forse perché Madrid era per me una città già conosciuta, forse perché è stato subito facile ambientarsi…o forse perché, in fondo, la mia avventura è già iniziata a luglio, con la disperata ricerca di un tetto sotto cui stare per questi dieci mesi.

Già, perché sicuramente la ricerca dell’appartamento è la prima cosa che uno studente Erasmus deve affrontare, quella per cui si crea una serie di aspettative che poi puntualmente vengono frantumate. E credetemi, durante la mia ricerca ne ho viste di ogni, tanto che quasi stavo per rinunciare a tutto. Poi, all’improvviso, è entrata in gioco una serie di reazioni che non immaginavo nemmeno potessero essere nascoste dentro di me. Quindi l’ostinazione per arrivare in fondo ad un obiettivo fissato da tempo, le decine e decine di chiamate dalle cabine del telefono, sotto i 43° del luglio madrileño, gli appuntamenti in orari e posti assurdi, l’ennesimo “appartamento” in cui nessuno desidererebbe andare a vivere.

Finchè l’ultima giornata del mio soggiorno estivo, ormai sconsolata e certa che mi sarebbe toccato ricominciare da zero a settembre, mi sono presentata all’ultimo appuntamento, quasi fosse solo una noiosa routine. E invece, nella mia incredulità, mi ha aperto la porta di casa un giovane ragazzo spagnolo, il quale ha saputo mettermi a mio agio dal primo momento. Josè mi ha accompagnata in un giro di perlustrazione di quello che da subito mi è sembrato non un semplice appartamento, ma una vera e propria casa, accogliente ed adatta ad una ragazza di vent’anni.

Niente materassi per terra, niente sgabuzzini claustrofobici spacciati per camere, niente pareti ammuffite e scrostate; bensì una casa curata in ogni dettaglio, con piante, quadri, pareti appena imbiancate con colori sgargianti, lampade etniche..e una vera cameretta!!

Vi lascio solo immaginare la felicità: avevo trovato il mio “piso” e avevo anche un coinquilino madrelingua. Da quel momento e solo da quel momento, mi sono sentita davvero una studentessa in Erasmus!

Dopo questo passaggio noioso ma obbligato, il 3 settembre è iniziato ufficialmente il mio soggiorno a Madrid, e più precisamente a Malasaña: quartiere situato nel centro della capitale spagnola, che si estende appena sopra Gran Vía, indicativamente tra calle San Bernardo e calle Fuencarral, delimitato dalle fermate della metro di Noviciado, Tribunal e Bilbao. Questa zona è ottima per i giovani e per la vita notturna, dal momento che ci sono moltissimi bar e locali adatti alle esigenze e alle tasche di tutti, aperti fino alle tre di notte (il sabato alcuni chiudono dopo le 6!).

Devo confessare che in questi primi giorni non sono riuscita a girare molto, dato che mi sono subito buttata a capofitto nella vita universitaria,nella sua burocrazia e nelle faccende di casa, tra pulizie e spese varie.

Per fortuna il corso di spagnolo, che mi sta impegnando ogni giorno da due settimane a questa parte, finirà venerdì e avrò una settimana libera per andare a zonzo, perdermi, ritrovare posti conosciuti e trovarne altri nuovi. Non vedo l’ora!!

6/05/2012: la presa della Bastiglia.

6/05/2012, ore 21.50, métro, linea 1, direzione La Défense.

Ad ogni fermata i vagoni sono sempre più pieni. Sciarpe, capelli, striscioni rossi. Bandiere, risate, canti e rose. Il métro non si fermerà a Bastille. La stazione è chiusa al momento. Mi trovo con degli amici a Reully Diderot, ci incamminiamo verso Place de la Bastille passando per Faubourg Saint Antoine. Man mano che ci avviciniamo a Bastille i cori si fanno più forti, la gente più euforica, i marciapiedi impraticabili. Non ci sono più passanti : c’è una folla urlante che si fa strada tra le automobili ferme che accompagnano gli slogan con il clacson. Ragazze che ballano sui tettucci delle automobili o che si sporgono dai finestrini con le braccia alzate, persone che corrono a comprare la copia speciale del quotidiano dedicato alle elezioni presidenziali, rumore di trombette e di fischietti, striscioni improvvisati ricavati dai cartoni della pizza d’asporto.

Poi le camionette de la gendarmerie e i poliziotti che cercano  di fare defluire persone di tutte le età che che intonano gioiose il coro che avevo sentito urlare per ore il 15/04/2012 al comizio di François Hollande all’Esplanade du Château de Vincennes : « François président ! François président ! ». Cerchiamo di avvicinarci il più possibile verso il centro della piazza nel quale troneggia la Colonna di Luglio oggi conquistata dai sostenitori del nuovo presidente. Un’impresa impossibile, dettata solo dall’euforia. Il bagno di folla spinge in direzioni opposte: c’è chi persevera e vuole arrivare nel centro della piazza, c’è chi non riesce più a respirare e vuole buttarsi ai lati. Per qualche minuto non riusciamo a muoverci né a vedere al di sopra delle nostre teste. Poi qualcuno riesce a spostarsi verso le vie che costeggiano la piazza, aprendo una piccola fessura nella mischia compatta. “In ogni caso l’uscita è a sinistra”, sottolinea un giovane sventolando la bandiera del PS. A fatica riusciamo a spostarci sui lati e a camminare sulla strada. Ma la festa continua, i bar sono pieni, i clienti brindano, sono rilassati, sorridono. Il clima è così festoso da sembrare quasi surreale. La gente cammina scomposta per i grandi boulevard, sconosciuti si salutano per le strade, persone di ogni tipo saltellano  da un lato all’altro della strada indecise se ritornare a Bastille o no.

 

Ansiosi di scoprire domani una nuova Parigi torniamo verso il métro. Il servizio è pure prolungato…allora è proprio vero che “le changement c’est maintenant!”.

Dans le métro

Il metronomo della quotidianità scandisce il ritmo di miliardi di passi che ogni giorno e ogni notte echeggiano per i corridoi del métro. Sguardi sfuggenti, stanchi, curiosi, euforici, tristi, svaniti si incrociano sulla banchina, sulle interminabili rampe di scale, sui vagoni che accolgono in poche ore innumerevoli storie.

Siamo nel regno della RATP, la Régie Autonome des Transports Parisiens. 14 linee métro, 3 linee tram, 2 linee RER (le altre linee del Réseau Express Régional sono gestite dalla società SNCF), 351 bus (dei quali 31 noctilien, bus notte) a Parigi e in banlieue. Un sistema di fili che fluttuando si intersecano, mossi incessantemente dalla mano agile di burattinaio rispettato e temuto. Una squadra compatta di funzionari diligenti che, a dispetto dalla rigidità dei loro movimenti e della voce metallica con cui proferiscono qualche monosilalbo, sembrano essere umani. Insomma, un imponente castello fortificato in cui tutto funziona alla perfezione, circondato da un profondo fossato in cui sguazzano branchi di documenti. Per avere accesso ai privilegi che il favoloso mondo dei transports commun offre ai residenti nella regione parigina, una battaglia combattuta a suon di firme, giustificativi, fotocopie, lettere e telefonate è inevitabile. Forse più che di una guerra si tratta di un duello, di uno scontro tête a tête con la grande macchina burocratica che tutto pervade, inesorabilmente. Ma alla fine, anche se con quel senso d’impotenza nel cuore che solo chi si è scontrato con il Dio Burocrate può provare, si raggiunge (quasi sempre) il fine che si è posti. Quando ci si avvicina al tornello all’entrata del métro brandendo fieramente il proprio Pass Navigo per studenti e lo si striscia con disinvoltura sulla superficie liscia del marchingegno, ogni singola briciola di rancore viene spazzata via dal vocio dei passeggeri, dalle melodie dei musicisti itineranti, dalla luce riflessa sulle piastrelle bianche.

Bastano una tessera di plastica e un prelevamento bancario effettuato automaticamente ogni mese per spostarsi in maniera veloce e pratica per Parigi e banlieues. Métro frequentissimi e frequentatissimi durante tutta la giornata solcano il sottosuolo della città, sbucando di tanto in tanto in sprazzi chiari o luccicanti, con l’acqua ai due lati. Persone che salgono, scendono, corrono, guardano, si fermano. Non sono mai ombre, mai sagome vuote in cui si passa attraverso. La notte, quando il métro riposa, si staglia il ricordo del rumore dei vagoni sulle rotaie, delle voci che annunciano o si scusano, si mescola alla solidità di volti, di frasi rubate (ascoltate o lette), di abiti firmati, di aliti imbevuti d’alcol, di sacchi a pelo e coperte che nascondono un’esistenza difficile.

Si sale, si scende, si corre, si guarda, ci si ferma. Tutto è automatico, tutto è naturale, tutto rientra nell’ordine della vita parigina. Eppure in tutto questo, nella normalità schiacciante di viaggi in métro c’è di più. C’è un pezzo di umanità, ci sono vite che urlano. C’è il ritratto di una città con le sue bellezze, le sue abitudini, i suoi interessi, i suoi ossimori, le sue contraddizioni.

Woody Allen à Paris

Qualche sera fa passeggiavo sovrappensiero per le stradine del quinto arrondissement quando passando di fianco alla chiesa Saint-Étienne-du-mont la mia attenzione è stata richiamata dagli scalini sul lato destro. E’ bastato un rintocco di campana per rendere chiara e distinta un’idea vaga che mi ronzava per la testa da giorni: è lì che Woody Allen ha individuato la soglia del ritorno al passato in Midnight in Paris.

In bocca ancora il retrogusto dolce-aspro di una tartelette au citron, negli occhi la luce gialla della sera parigina che inonda gli scalini che precedono una delle entrate secondarie della chiesa Saint-Étienne-du-mont.

Place Sainte-Geneviève è uno di quei luoghi che non possono essere schiacciati nella definizione scarna e troppo cauta di « bel endroit ». Place Sainte-Geneviève è molto di più. Al mattino la piazza si riempie di studenti dalle palpebre gonfie di sonno, diretti alla Sorbonne, alla bibliothèque Sainte-Geveviève, alla bibliothèque Sainte-Barbe.Con noncuranza un poco bobo (bourgeois-bohémien) si lasciano inumidire i vestiti e i capelli da fitti spilli di pioggia, senza nemmeno lanciare uno sguardo verso la facciata imponente di Saint-Étienne-du-mont. E’ piacevole guardarli con distacco per qualche attimo, cristallizzando quell’immagine di quotidianità che nella sua disarmante scontatezza porta con sé parecchi grammi di serenità. Al pomeriggio invece Place Sainte-Geneviève si anima di voci chiassose. Le porte dei licei si aprono, così come si aprono gli stomaci degli impiegati e deli universitari. Schiere di affamati si contendono gli scalini dell’église, luogo privilegiato per le pause pranzo all’insegna del low-cost. I turisti appena usciti dal Panthéon osservano curiosi la serie infinita di dettagli che rende così speciale anche un rapido passaggio per la piazza. Ma questo piccolo quadro vivente nel cinquième arrondissement la notte s’invade di una magia tanto sfuggente quanto certa.

E questo lo sanno bene le ombre chiassose che rientrano nei propri appartamenti dopo una serata in Place Contrescarpe, così come lo sa bene Woody Allen.

Attraverso lo sguardo stupito di Gill, il regista disegna a contorni sfumati quell’atmosfera surreale che solo un promeneur solitaire deliziosamente perso la notte per le vie di Parigi sa assaporare. E’ vero : « al mattino Parigi è bellissima, nel pomeriggio è deliziosa, alla sera è incantevole, e dopo la mezzanotte Parigi diventa magica ». Ed è sugli scalini dell’entrata sul lato destro dell’église Saint-Étienne-du-mont che il sipario si alza e la scena viene invasa dalla magia che solo Parigi la notte sa dare. I fari di una Peugeot 184 Landaulet nella notte, le voci gioiose dei passeggeri, l’espressione disorientata del protagonista…e poi la Ville-lumière negli anni ’20. Midnight in Paris non rappresenta solo uno dei tanti elogi di una delle città più ambite al mondo, ma è un pentagramma su cui danzano colori, suoni, odori, superfici, un crogiolo di sinestesie che si espandono nella fluidità del tempo. Considerare questo film come un puro tentativo di ritornare al passato attraverso la cultura (francese?) degli anni venti sarebbe estremamente riduttivo. L’essenza della mezzanotte a Pargi forse risiede proprio nell’intemporalità di questa città. Quandoci si perde la notte a Parigi la presenza diventa sempre più sfuocata. C’è solo la luce dei lampioni, il ciottolato delle viuzze in salita, il rumore dei propri passi e la leggerezza dello spazio. Il tempo non c’è più.

Nel mondo del pesce “made in Africa”

Nei post precedenti vi ho detto che il Senegal vive principalmente di pesca. Durante il mio mese a Dakar sono andato a visitare il secondo porto del Paese, Joal-Fadiouth. Si tratta di una cittadina a 5 ore a sud di Dakar, meta anche di molti turisti. Questo perchè Joal si trova vicinissima all’isola di Fadiouth, un piccolo angolo di paradiso completamente ricoperto da conchiglie bianche in mezzo ad una rigogliosa laguna.

Ma la nostra “missione” non era certo quella di visitare i negozietti sull’isola o di fare un giro in piroga per la placida laguna. Il nostro obiettivo era andare là dove nessun turista si addentrerebbe mai: il mercato del pesce. A Joal, infatti, eravamo in “servizio” per il CESES, la Ong che ci ha ospitato in Senegal, per effettuare un reportage tra le donne di un’associazione che sarà presto oggetto di un progetto di cooperazione. Oggi però non voglio parlarvi di questo progetto -ancora da definire nei dettagli- ma di quello che ho visto nel secondo porto del Senegal.


Partiamo dalla pesca. In Senegal non ci sono grossi pescherecci come quelli che siamo abituati vedere solcare i nostri mari. I pesci vengono catturati da coloratissime piroghe di legno che solcano le impetuose onde dell’Atlantico. Una volta riempita la barca di pescato, le piroghe tornano a riva. Di porti non c’è traccia. Le imbarcazioni ormeggiano alla fonda, poco lontani dalle rive della spiaggia che brulica di persone. Inizia così una lenta processione di uomini che, indossando una cerata, si immergono nelle acque, arrivano fino alle sponde delle barche dove ricevono una cassa di pesce. Tenendola sulla testa ritornano a riva e portano il pesce a destinazione. Alcune casse vengono scaricate direttamente sulla sabbia mentre altre sono portate al mercato, qualche decina di metri più indietro.

Nel mercato il pesce viene “malamente” scaricato sul cemento bagnato che fa da pavimento. Vengono organizzati diversi cumuli di pesce in base alla barca di provenienza e al tipo e attorno ad ogni pigna si affollano i compratori. Questi ultimi scelgono il pesce che desiderano acquistare e poi un’altra serie di uomini si occupa del carico sui camion. Il pesce viene raccolto in altre ceste, coperto di ghiaccio e portato ai camion frigoriferi che aspettano schierati su un lato della struttura. Una volta caricati partono verso le fabbriche di lavorazione. E oltre ai grossi mercanti ci sono anche le donne che vengono a comprare piccole quantità di pesce.

L’odore di pesce marcio penetra fin dentro i polmoni, pozze di acqua stagnante segnano la strada per arrivare al mercato e il pavimento su cui vengono scaricati i pesci non brilla per pulizia. Ma se le realtà del mercato può colpire, non è nulla in confronto al luogo dove il pesce viene affumicato. Noi siamo andati lì non per masochismo ma per il reportage per l’associazione e quello che ho visto è incredibile.

Il colpo d’occhio è incredibile. Tutti i numerosi banchi e forni sono immersi nei rifiuti. La discarica della città è tutt’attorno a tavoli pieni di pesce -sopratutto sardine- che verranno venduti sul mercato internazionale (solo africano, non temete). Con grande disinvoltura le donne, piegate su lunghi forni, mostrano come si prepara il pesce per il processo di affumicazione e poco importa se il pesce è gettato a terra, vicinissimo al pattume e con un maiale grosso come un vitello (giuro che era enorme!) che si aggira famelico tra i forni. Una volta “cotto a puntino”, il pesce viene preso, spezzettato in piccole parti e deposto su lunghe tavolate al sole per essiccare. E se qualche gabbiano decidesse di fermarsi a banchettare su quei tavoli, nulla glielo impedirebbe (e infatti è quello che accade regolarmente).

Girando per quei luoghi mi sono posto una domanda: è giusto cercare di cambiare queste abitudini? E la risposta che mi sono dato è sì. E non è un “sì” dato per etnocentrismo, per mire colonizzatrici, per paternalismo o dato guardando dall’alto in basso gli africani. E’ un “sì” dettato dalla volontà di aiutare un popolo a migliorare le sue condizioni. Noi occidentali disponiamo di conoscenze che una donna nata e cresciuta in un villaggio a 100 km da Dakar non può avere e non è per niente arrogante o etnocentrico il condividere i nostri saperi. Non è un caso che l’aspettativa di vita di un africano sia nettamente inferiore alla nostra.

Questo mio pensiero ha trovato conferma in una delle prime cose che le donne di Joal ci hanno detto: «abbiamo bisogno di formazione». E se tutto andrà bene, grazie al CESES un centinaio di loro verrà formato nelle migliori scuole di pescatori italiane per poi trasmettere le loro conoscenze alle compagne in patria. Vi terrò informati su questo progetto e, a breve, vi farò sapere i modi con i quali potrete sostenerlo.

 

Marco

Lezioni di tolleranza

Lunedì 29 agosto è stato un grande giorno di festa per milioni di persone in tutto il mondo. Era la Korite, la fine del ramadan. Quando cioè è calato il sole è calato anche il sipario sul mese di digiuno e astinenza a cui ogni anno i mussulmani devono sottoporsi.

L’elemento principale del ramadan -e forse anche quello più duro- è il digiuno di liquidi e cibi dalle 5 del mattino fino alle 19.30 circa ma non è la sola prescrizione che caratterizza il mese sacro. Fumare, avere rapporti sessuali, cantare, ballare e altro ancora sono importanti punti che rendono il ramadan un mese decisamente ostico.Ma quest’anno poi, il ramadan è stato più duro del solito. Cadendo in pieno agosto, ha reso ognuna di queste prove ancora più difficile da affrontare. Provate voi a non bere per tutto il giorno sotto il sole africano e poi mi dite :-)

Ed è interessante notare che, comunque, durante tutto il mese la vita per gli islamici non cambia poi più di tanto, almeno fino al tramonto. Durante il giorno la vita procede come durante il resto dell’anno (si deve pur lavorare) ma quando il sole supera la linea dell’orizzonte, però, scatta l’ “ndogou”. Ora, io pensavo che dopo un giorno intero di digiuno, la prima cosa dopo il tramonto fosse lo sgolarsi una bottiglia d’acqua e strafogarsi con qualche cibo, ma così non è. C’è una grande dignità nell’iniziare a mangiare, quasi a voler dire che il digiuno non è stato poi così pesante. Solitamente, quindi, si inizia con una bevanda calda molto zuccherata per poi crescere. Un panino, uno snack, qualcosa giusto per placare l’inevitabile appetito perchè per la cena, quella vera, c’è ancora molto da aspettare. Il vero e proprio pasto viene consumato a tarda notte. Poi c’è qualche eccezione. Una volta uno dei nostri accompagnatori era così affamato che, appena iniziato l’ndogu, stava mangiando una merendina con tanto di carta.

Comunque, se da un punto di vista pratico per i mussulmani non cambia nulla, per la società cambia molto. Infatti, i tempi e i ritmi della città si piegano alle esigenze dei mussulmani. Per la strada, ad esempio, fino al tramonto è raro vedere uno dei soliti venditori ambulanti di cibo ma anche trovare una baguette al mattino è molto difficile. E’ infatti solo dal tardo pomeriggio che le panetterie iniziano ad infondere il delicato sapore di pane appena sfornato per le strade della città ed è poco prima dell’ndogu che le donne allestiscono i propri banchetti per le strade.

Questo adeguamento dei ritmi è una delle tante prove della grandissima tolleranza inter-religiosa del Senegal. Nel paese, ovviamente, non ci sono solo mussulmani ma anche cristiani e animisti (quest’ultimo diffuso più nelle zone rurali). Tutte e tre le confessioni convivono in maniera assolutamente pacifica. Chiese sorgono accanto a moschee e non c’è alcun problema a confessare pubblicamente la propria fede. Le persone girano per le strade indossando rosari -sia mussulmani che cristiani- e nello stesso gruppo di amici la religione non è in alcun modo un elemento discriminante. Capita così che, nel bel mezzo del ramadan, ti ritrovi al tavolo di un bar con mussulmani e cristiani e, se all’inizio sei un po’ intimorito dall’ordinare una birra, sono gli stessi islamici ad invitarti a farlo. Stesso discorso vale per una bella grigliata di carne di maiale.

Il Senegal offre una lezione di tolleranza da cui il civile occidente dovrebbe prendere esempio. Ancora viva è nella mia mente la campagna elettorale per il comune di Milano giocata molto -forse troppo- sul “rischio Moschea” in città. Mi permetto quindi di lasciarvi con un consiglio: quando discutendo sulla costruzione di moschee nella laica Italia salterà fuori un acuto osservatore con la classica frase «ma a casa loro le chiese non si possono costruire» voi pensate al Senegal e -se avrete voglia- ditelo anche al vostro interlocutore.

Marco

Mal d’Africa

Sono in Italia. Dopo esattamente un mese passato in Senegal dal pomeriggio di ieri i miei piedi camminano su terra italiana e, devo ammetterlo, è traumatico. Ogni volta che torno da un viaggio, mi capita sempre di trovare qualche difficoltà a riadattarmi ai ritmi e alla vita di tutti i giorni ma questa volta è decisamente un altro discorso.

Il mese che ho passato in Africa è stato così diverso -sotto mille punti di vista- che tornare alla vita da toubab non sarà facile. Il modo di vivere in Senegal -come spero di avervi fatto capire con questo blog- è estremamente differente dal nostro e, sotto alcuni aspetti, oserei dire migliore. Certo è che la comodità dell’acqua corrente, la sicurezza dell’elettricità senza black out o il miracolo della carta igienica un po’ mi sono mancati ma mi sono reso conto che non solo è possibile vivere benissimo anche senza tutte queste nostre comodità ma che milioni di persone lo fanno. Non che prima non lo sapessi, ovvio, ma quando provi una cosa con mano l’effetto è molto più profondo. E così, mangiare per terra da uno stesso piatto, lavarsi con secchi d’acqua, il muezzin che canta alle 5 del mattino o il vivere a lume di candela sono diventati la normalità per me.

Ma c’è di più. La sera prima di partire ho passato molto tempo sul balcone della nostra casa e, sferzato da un fresco vento, mi guardavo intorno; il container arrugginito in fondo alla strada, i cavalli legati davanti al campo da calcio, la chiesa del quartiere, le oceaniche pozzanghere, i bambini che giocano in mezzo alla via, la sabbia, le capre al pascolo e mille altri dettagli si sono stampati nella mia mente perchè -solo in quel momento me ne sono reso veramente conto- di lì a poco non li avrei più rivisti per molto tempo. E se ora guardo fuori dalla finestra di camera mia, per le strade di bambini che giocano non se ne vedono proprio, la sabbia è “diventata” l’erba delle aiuole, asfalto e cemento ricoprono quasi ogni centimetro di terra e gli animali per strada si sono trasformati in automobili. Capite bene che guardare fuori dalla finestra metta un’immensa tristezza. Un sentimento che cresce ancora di più quando vedi due passanti che si incrociano, quasi si sfiorano, ma non si degnano di nessun cenno.

E infatti, abitando in quello che è il Paese più bello del mondo, sono proprio le persone a mancarmi di più del Senegal. Anche se un mese non è poi così lungo, il rapporto instaurato con alcuni di loro è stato così profondo che, più che amici, sono diventati quasi fratelli. Salutarli non è stato facile e, detto con sincerità, gli occhiali da sole hanno reso tutto molto più facile.

Durante il viaggio di ritorno, in aereo ho chiacchierato per molto tempo con la persona seduta accanto a me raccontandole della mia esperienza. Dopo avermi ascoltato, come se fosse un dottore,  mi ha detto «è chiaro che ti sei ammalato». Di quale malattia si tratti non è difficile intuirlo: il mal d’Africa, la sensazione di grande nostalgia che provano le persone che tornano dal continente nero. Da notare che non si trattava di un dottore qualunque ma di una suora missionaria in Africa da 13 anni…quindi c’è da fidarsi :-)

Ma c’è un fatto, un dettaglio, che riesce a mitigare questa incurabile malattia. E’ la consapevolezza che il mio allontanamento dal Senegal è solo momentaneo. Sono mille i sogni e i progetti che balenano nella mente mia e degli altri ragazzi -toubab e senegalesi- e che cercheremo di realizzare in futuro, magari anche con il vostro aiuto.

Alla fine, abbiamo pur sempre 20 anni!

 

Marco

 

P.S. Anche se ormai non sono più in Senegal, ho ancora una discreta mole di storie da raccontarvi…quindi tornate anche nei prossimi giorni!

Vivere, studiare e lavorare a Dakar

Dakar é una città di quasi 3 milioni di abitanti (stando ai dati ufficiali) e, dopo un mese di permanenza, penso di aver capito abbastanza bene cosa facciano i suoi abitanti durante la giornata.

Partiamo dai più piccoli. I bambini che vanno a scuola non sono molti per una complessa serie di motivi. Qui, infatti, le famiglie sono estremamente numerose e mandare tutta la prole a scuola getterebbe sul lastrico moltissimi nuclei familiari. E cosi’, specialmente in quelle con minori disponibilità economiche, si fanno delle scelte. In questa triste “competizione” tra fratelli, inutile dirlo, le donne partono estremamente svantaggiate. Ma camminando per le strade, capita di incontrare molti bambini che chiedono l’elemosina. Devo ammettere che è difficile dire no a quegli occhioni dolci che ti fissano imperturbabili, a quei visi scavati e a quelle mani magrissime ma, pensando razionalmente, i soldi che darei loro non finirebbero mai nelle loro tasche. Infatti, la maggioranza dei bambini per le strade di Dakar sono alunni delle scuole coraniche. In queste scuole i bambini vengono affidati dalle loro famiglie ad un Marabut che dovrebbe occuparsi della loro educazione e provvedere al loro mantenimento ma non sempre i Marabut sono animati da filantropici sentimenti e i bambini per le strade a chiedere l’elemosina ne sono una prova. Ovviamente, non é possibile generalizzare: non tutte le scuole coraniche funzionano in questo modo, sia chiaro.

Con l’aumentare dell’età, i destini dei ragazzi si differenziano ancora di più.

Sono pochi igiovani che proseguono gli studi e moltidi questi lo fanno grazie anche a borse di studio. Un giorno, mentre andavo in centro Dakar in taxi, una folla di ragazzi ostruiva la strada. Erano proprio i giovani studenti in coda davanti alla sede principale di una banca che quel giorno assegnava le borse di studio per il prossimo anno accademico. Ma i ragazzi che studiano sono una percentuale molto piccola tra i giovani. La gran parte non va a scuola ma inizia a trovarsi lavoretti in botteghe artigianali: falegnamerie, sartorie, panifici e cosi’ via. Molti altri, invece, si occupano di “trasporto merci”. I carretti trainati da cavalli, infatti, hanno conducenti che difficilmente superano i 25 anni. Anche in questo caso, la strada per le donne è un po’ più complicata. Le giovani donne si occupano principalmente delle faccende di casa e la loro educazione viene piuttosto tralasciata.

Passiamo quindi ai genitori. Se chiedi ad un ragazzo delle banlieue che lavoro faccia il padre o la madre, c’é un’altissima probabilità che ti risponda che non lo sa. Non é un qualcosa che deve stupire; qui i lavoratori che noi chiameremmo a “tempo indeterminato” sono molto pochi e la maggior parte delle persone vive arrangiandosi e inventandosi lavori. Ad esempio, sulle strade di scorrimento di Dakar –che in realtà sono sempre un lungo serpentone di auto in colonna- sono dozzine gli uomini e le donne che vendono qualunque tipo di merce. Si va dai pacchetti di anacardi fino ai giornali passando per accessori per cellulare, cd, ricariche telefoniche, cibo, bevande e cosi’ via. Riuscire a vendere qualcosa è un’impresa e non ho idea di quanti soldi queste persone riescano a portare a casa la sera (pochi, questo è certo). Oltre a questa grossa categoria, ci sono quelli che un lavoro più o meno stabile lo hanno. Ad esempio i pescatori che, grazie a coloratissime piroghe, riempiono di pesce i banchi del mercato. E sono proprio i mercanti, sopratutto di sesso femminile, a costituirsi come un’altra grande fetta degli occupati. Ma il mercato non è il solo posto dove si vendono prodotti sulle bancherelle. Infatti, ogni zona della città, ogni via, ogni incrocio puo’ diventare location ideale per fare il proprio business. Basta un tavolino e molta fantasia per diventare commercianti e, sopratutto in questo periodo di ramadan, i venditoridi cibo ambulante –ovviamente dopo il tramonto- pullulano per le strade. In questi posti è possible mangiare un panino (mezza baguette) farcitissimo a 450 franchi, circa 80 centesimi. Ci sono poi molti che si occupano dei trasporti e del turismo, uno dei pilastri dell’economia senegalese.

E infine ci sono le persone che non fanno nulla. Sono tante, forse troppe, me se di lavoro “vero” non ce n’è, non possono mica vendere tutti ricariche per telefonini o manghi lungo il ciglio di una strada.