Un dito puntato

Farei volentieri una statistica per conoscere quale immagine suscitano queste tre parole. Il contesto socio culturale nel quale viviamo mi fa pensare che si intenda segnalare una persona o una situazione sbagliata o a rischio di errore…
Puntare il dito è in genere vissuto come l’essere giudicanti e quindi facilmente in atteggiamento condannatorio. I motivi che ci fanno schierare da questa parte sono più o meno consapevoli: certamente c’è da chiederci quanta paura abbiamo di sentirci puntato il dito.
“Segnare a dito” o indicare è l’identica immagine precedente, ma con altri obiettivi. Far conoscere un sentiero o una direzione da prendere oppure l’invitare a proseguire su un cammino già avviato. Sta a noi deciderci. Se orientarci su quest’ultima immagine o soffermarci sulla prima. Certo non si può restare molto tempo in questa posizione.

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Auguri

Sento bussare alla porta…
Non ti conosco,
non posso accoglierti.
Che cosa mi porti?
Sei un rischio per i miei!
Non ho bisogno di nessuno,
sono assicurato su tutto!
…siamo al “si salvi chi può”:
la solitudine: cattiva consigliera.
Se non ti accolgo
non sarò accolto.
Solo la Tua presenza
nella mia vita
la trasfigurerà in Casa d’Amore.
Auguri!

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Presto

Parola che era più familiare ai cottimisti e alle persone in situazione di semi-schiavitù. Da qualche tempo se la sentono intimare anche persone di grande responsabilità. “Presto e bene non si conviene”… non è più proverbio attuabile. Presto diventa l’unica condizione che viene valutata da chi pretende di giudicare il tempo che passa. Presto ricorda anche atteggiamento di ascolto… Chi non ha mai chiesto “prestami attenzione” piuttosto che il dire più umilmente “fai conto su di me, non voglio essere invadente, non pretendo, dammi ascolto”? Siamo in una situazione dove il tempo esprime urgenza, ma non possiamo forzare il tempo… Se per caso ci siamo attardati troppo in preliminari, parlamentarismi, perditempo, ognuno avverte la richiesta di apprestarsi nelle sue responsabilità, ma diamoci il tempo necessario e semmai non permettiamoci più di perdere tempo.

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Evasione

Parola ambivalente che dice uscita da una situazione di pericolo o di ristrettezza, ma anche risoluzione di un impegno o di un dovere.
Noi, probabilmente, la stiamo vivendo nella sua duplicità di significato.
Solo se ri-usciamo da questa rischiosissima situazione, possiamo dimostrare di aver corrisposto agli impegni che – figli e nipoti – ci chiedono, per guardare alla loro vita con un minimo di fiducia.
Dobbiamo dotarci di audacia e, al tempo stesso, di sagacia per osare quel salto di qualità senza il quale rimaniamo appiattiti e inerti, prigionieri del nostro passato.

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Curiosità e imprenditorialità

L’origine latina della parola “curiosità” ci fa pensare ai tanti perchè (cur= perchè). Proporsi e chiedere tanti perchè significa avere un’intelligenza vivace… E’ più facile avere a memoria e per suggerimento “imparaticcio” delle risposte che non delle domande.
Nella valutazione di una persona riguardo alle sue prospettive, molto bisogna osservare quanto interesse, cioè quanta curiosità manifesta. 
Certo ai nostri giorni, non possiamo fermarci a una curiosità che, se lasciata a se stessa, può portare anche a una meraviglia inebetita o a un’indignazione sterile.
Analizzata la domanda, la risposta dev’essere fattiva e quindi affidarsi ad un progetto operativo che, in questi giorni, chiede anche la valenza dell’imprenditorialità. Anche qui ci viene in aiuto l’etimo, con l’allusione alla manualità, al prendere concretamente in mano la situazione e portarla a compimento. Abbiamo troppe dichiarazioni di intenti, a volte suggerite dalla contrapposizione  ad altri.
Abbiamo bisogno di persone curiose ed intraprendenti, cittadini che non si stancano di indagare la situazione socio-economica e culturale, ma che altrettanto si rendano disponibili al cosiddetto “sporcarsi le mani”.  
Analizzata la domanda

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Sconti e privilegi

Condoni e benefits… Ci siamo abituati ad una società nella quale sarebbe meraviglia il non poter tirare i prezzi o il presumere qualche premio, dopo aver fatto il proprio dovere. E così, tra statalismo e libero mercato, siamo arrivati agli ordini professionali, alle associazioni di categoria ed alle varie forme sindacali, dove l’obiettivo è certamente tutelare le persone, ma sempre con la garanzia di pagar di meno o di avere di più.
Anche questa situazione va letta all’interno della condizione pre-fallimentare nella quale siamo immersi nell’azienda Italia. Sì, perché la nostra appartenenza ad una società organizzata da almeno 150 anni, ci fa dire che non tutti siamo cittadini uguali, ma è dato ad ognuno in base non ai suoi bisogni, ma alla sua forza contrattuale.
Il nuovo governo presieduto da un economista dovrebbe bandire privilegi e sconti… Basterebbe questa operazione a rimettere in sesto la nostra situazione finanziaria, ma, augurandoci che così avvenga, occorre anche cambiare mentalità per non ritrovarci poi a breve nelle stesse condizioni. Questo non impedisce il riconoscimento del merito, delle professionalità e delle responsabilità.
In questi giorni, anzi, in queste settimane, abbiamo un buon motivo per chiederci quanto la nostra condizione socio economica risponda ad un effettivo riconoscimento delle nostre fatiche, dei nostri meriti, delle nostre responsabilità, per arrivare a una vera identità senza bisogno di sconti e di privilegi.

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Amore e indignazione

Fanno rima con Amore e ribellione! Al tempo del fascismo, molti cittadini – e tra questi parecchi preti – hanno preso posizione di fronte al bieco potere e sono diventati “ribelli per amore” come li presenta un libro che ha raccontato la loro avventura  di solidarietà con Ebrei, obiettori alla guerra,…
Oggi siamo chiamati ad una difficile scelta: nel rispetto delle istituzioni democratiche, stare dalla parte dei nuovi poveri. Il sistema oggi vigente produce continuamente emarginati e poveri.
Forse, noi che leggiamo e scriviamo, siamo risparmiati dall’essere poveri, nel senso materiale; non possiamo esimerci dall’essere donne e uomini di giustizia, vivendo una povertà essenziale cioè una sobrietà quotidiana, facendo nostri i sentimenti di  Gesù, dei Santi e dei nostri migliori Morti.

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Forma e sostanza

Nella cultura dell’immagine, la forma prevale sulla sostanza. A ognuno capita di essere richiamato sul modo di esprimere i propri progetti, i propri richiami, la sostanza – insomma – dei propri pensieri. L’impatto relazionale tra chi dice e chi ascolta condiziona anche la sostanza della comunicazione stessa. Espressioni come “non ti sto neanche ad ascoltare” oppure “potevi dirmelo in modo diverso” segnano, non solo i rapporti tra le persone, ma anche le conseguenze e l’efficacia di un intervento. La condizione in cui ci troviamo come italiani – o come persone inserire in un contesto sociale o civile – richiedono particolare attenzione, sia riguardo alla sostanza, che alla forma. Naturalmente si può dire che è più importante la sostanza della realtà che andiamo a proporre o a difendere, ma è pur vero che il primo impatto è con la forma o l’immagine di chi la propone. Anzi, possiamo dire che la forma della comunicazione faccia già parte della sostanza. L’applicazione di questo pensiero può far considerare anche questioni socio politiche attualissime. Una persona responsabile di un ente o comunque di una realtà che coinvolge persone soprattutto giovanissime o fragili deve badare bene a se stessa nel modo di porgere  con linguaggio verbale o  non verbale i suoi interventi. Una persona può dire oggettivamente valori estremamente apprezzabili e significativi, ma smentirli praticamente con i suoi atteggiamenti e il suo vissuto incoerente con i messaggi stessi dichiarati. C’è un’ipocrisia pratica che anche la persona più sprovveduta culturalmente o psicologicamente percepisce. Proseguendo nella riflessione possiamo riprendere anche un vecchio assioma che dice: “Excusatio non petita, accusatio manifesta”: non c’è bisogno di premettere dichiarazioni di intenti o motivazioni per catturare l’approvazione dell’altro.

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I polli di Renzo

Abbiamo la prospettiva di avere più tempo a disposizione per leggere libri… Forse anche il buon Manzoni riprenderà ad avere lettori, se non per “sciacquare i panni in Arno” e parlare con congiuntivi e condizionali appropriati, almeno per ripensare ad un tempo con valori e comportamenti ben definiti dall’etica. Una scena amata dai lettori dei Promessi Sposi è quella del viaggio di Renzo che si reca dall’Avvocato Azzeccagarbugli accompagnato da due polli che bisticciano mentre  sono portati a finire in padella.

Scena spesso replicata non solo da chi va verso il mattatoio, ma anche attualmente da quanti – messi in difficoltà economica e valoriale – litigano, invece di prendersela con i responsabili. Al bar, nelle piazze, ormai in ogni luogo ci si azzuffa con atteggiamenti e parolacce da stadio e così, invece di cambiare e far cambiare atteggiamenti, ci si dà come unica innovazione slogan ripresi dai giornalisti di una parte o dell’altra. Non è casuale che da noi gli “indignati” non abbiano ancora fatto fortuna: siamo ancora convinti che si possa scherzare.

I segni di speranza vengono da lutti collettivi o dalla memoria di Steve Jobs. Partito da una situazione chiaramente difficoltosa, abbandonato dai genitori ed adottato, non si è pianto addosso e ha cercato continuamente di rinnovarsi e rinnovare.

La nostra presa di coscienza porterà a cambiamenti positivi solo quando scopriremo che cosa fare non tanto per aver ragione nei nostri conflitti, ma per mettere a profitto quanto possiamo fare.

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AAA…Cincinnato cercasi

E’ difficile dare le dimissioni quando ci si sente inadeguati o, peggio, quando si è andati contro il proprio ufficio. E’ difficile altrettanto farsi da parte quando si avverte che le difficoltà sono superiori alle proprie capacità.

Troppo intelligente e onesto sarebbe colui che ritornasse al proprio punto di partenza. Specialmente chi spicca il volo per la politica ben difficilmente ritorna nelle condizioni di partenza.

Cercasi Cincinnato, disperatamente. Cincinnato è il personaggio romano che, accortosi del bisogno della sua gente di avere un capo per respingere i nemici, una volta compiuto il suo dovere, non si lasciò mettere a capo della gente per i suoi meriti, ma tornò a fare il contadino.

Viene in mente la frase “impara l’arte e mettila da parte“. Sarebbe importante che, specialmente i politici, fossero scelti solo tra coloro che hanno già un'”arte” e non tra quelli che non hanno “nè arte, nè parte”. Difficile, anzi impossibile, rimandare a casa i politici in corso d’opera della legislatura, anzi è loro garantito il vitalizio per cui, forse, è meno costoso conservare quelli che già ci sono. Ma qui dovremmo ascoltare il vecchio Bartali che gridava “l’è tutto sbagliato, tutto da rifare“. Questo sarebbe troppo bello… Speriamo che almeno qualcuno cominci e, nauseato dalla situazione, ritorni sui propri passi. Grazie Cincinnato.

 

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