Gabriel José de la Concordia García Márquez, conosciuto come Gabo, è partito per sempre

2007-32 GABRIEL GARCIA MARQUEZ cm.60x35 (432)Se n’è andato anche Gaboescritor, novelista, cuentista, guionista, editor y periodista colombiano y en 1982 Premio Nobel de Literatura”. Per me, per noi, Gabo ha sempre avuto quarant’anni, e se ne è andato con 100 anni di solitudine, a quarant’anni….non ne poteva avere nè di più nè di meno: ha vissuto e noi lo abbiamo letto e pensato sempre di quarant’anni, festeggiandoli di anno in anno.

Il nostro misterioso ed enigmatico e sorridente amico Armando, che era di Milano, lo abbiamo incontrato a Firenze inmerso nelle letture, nei quaderni di appunti e nelle sigarette, elegante e raffinato e timido, in quell’appartamento di Corso di Porta Romana, all’ultimo piano, che condividevamo tra studenti per ridurre i costi. Noi uscivamo per musei e per studiare all’Accademia, mentre Armando entrava alla mattina nei suoi libri, appunti e sigarette e usciva solo a notte fonda, o quando noi si rientrava e ci trascinava tutti nei sentieri delle sue amazzonie fantarivoluzionarie.
marquez-100-anni.jpgSorprendentemente di Armando mi pare che nessuno di noi abbia mai fatto un ritratto, un quadro, o disegno o incisione…niente, eppure in quel periodo era il centro delle nostre scoperte nella miniera della vita e del mondo.

Con lui abbiamo scoperto il grandissimo Majakovskij e con lui alla direzione abbiamo incominciato a recitare il NOTTURNO SU UN FLAUTO DI GRONDAIE e altri poemi nelle lunghe nottate invernali in quel bugigattolo da studenti disposti a cambiare tutto e subito e sommersi da fumo di sigarette e grappa delle più economica..

Michilini, MAJAKOVSKIJ, 1973, olio su carta, cm.100x70

Michilini, MAJAKOVSKIJ, 1973, olio su carta, cm.100×70

Poi ci ha fatto conoscere Esenin  e Anna Achmatova  e Velimir Chlebnikov e da li noi siamo andati scoprendo tutta l’appassionata avanguardia artistica russa, a cominciare da Larinov, alla Gončarova a Malevic a Tatlin  e a tutti gli altri che, ad un certo punto hanno incrociato l’America Latina, con Ėjzenštejn che se ne va nel Messico rivoluzionario; Trockij che si rifugia da Diego Rivera e Frida Kahlo.

Sergio Michilini, AUTORITRATTO, 1969 cm.55x41

Sergio Michilini, AUTORITRATTO, 1969 cm.55×41

E David Alfaro Siqueiros che  va in Unione Sovietica a spiegare gli errori del Realismo Socialista con la sua famosa “Lettera agli Scrittori e Artisti dell’Unione Sovietica” pubblicata nella sua rivista “Arte Público” in Messico (in URSS non glie l’hanno publicata)…(e in Italia non si conosce nè la versione russa nè quella messicana).

Sergio Michilini, GIANFRANCO TOGNARELLI, 1969 cm.47x34

Sergio Michilini, GIANFRANCO TOGNARELLI, 1969 cm.47×34

Ma la grande scoperta che ci propone Armando, con questo librone azzurro dalla dura copertina della Feltrinelli, è nientemeno che 100 anni di solitudine, di cui incomincia a leggerci dei brani.

E poi noi leggiamo altri brani…finchè ciascuno di noi diventa un personaggio della storia senza fine e si inizia a recitare quasi ogni sera, e il nostro strampalato appartamento di Via dell’Orto a San Frediano diventa Macondo.

Sergio Michilini, PORETTI ERMINIO, 1969, cm.50x35

Sergio Michilini, PORETTI ERMINIO, 1969, cm.50×35

Io non ricordo esattamente chi faceva la parte di Aureliano Buendia o di José Arcadio Buendía o di José Arcadio Secondo o di Remedios la bella o di Santa Sofía de la Piedad…sta di fatto che con la illuminata regia del magro e baffuto Armando, il sottoscritto, con Gianfranco, Erminio, Maurizio, e poi, se ricordo, alcune volte, Cesare, (Annete e Astrid solo quando si stava in Via Romana), forse Giancarlo e chissa’ chi ancora……navigavamo negli anni solitari di Macondo nell’oltrarno di Firenze, raccolti, stonati,sognanti e oramai convinti da Majakovskij e da Gabo (e da Manuel Scorza, che ci ha lasciati quasi subito a bocca aperta)…. che le cose NON andavano bene e che era necessario cambiarle ispirati al REALISMO MAGICO…..e in questa cosmovisione bicontinentale amavo che mi chiamassero “Sergej Sergeevič Rachmaninov Twardowski y Soledad

Sergio Michilini, GIANCARLO SPLENDIANI, 1971, cm.26x19

Sergio Michilini, GIANCARLO SPLENDIANI, 1971, cm.26×19

Poi arrivò l’operaio Roberto di Napoli, che lavorava alla FIAT DI Firenze, a farci gli spaghetti tutte le sere, e a chiarirci Il COME cambiare le cose….con la rudezza e il pragmatismo della ideologia…che indubbiamente aggiungeva conoscenze sociologiche, politologiche, storiografiche e filologiche o filosofiche…ma che toglieva pezzettino per pezzettino la MAGIA a quel realismo di cui ci eravamo fatti fans (L’Italia ormai aveva iniziato il cammino asfissiante del pragmatismo senza realismo e senza magia…che in termini correnti possiamo definire “corruzione anti-umana ad oltranza cocciuta”)

Sergio Michilini, MAURIZIO, 1971, cm.34x28

Sergio Michilini, MAURIZIO, 1971, cm.34×28

In America Latina ci siamo immersi finalmente di nuovo nella MAGIA…. sia quella letteraria di tutta una generazione di figli di Ruben Dario, che nel REALISMO della vita quotidiana (che è molto più magico e fantasioso di quello letterario).

Sergio Michilini, RITRATTO DI CESARE, 1971, cm.26x24

Sergio Michilini, RITRATTO DI CESARE, 1971, cm.26×24

Siamo capitati nella magia più magica possibile, quella che prepara, attua e vince una rivoluzione fraternamente insieme CRISTIANI E MARXISTI (che chiamavano SANDINISTI): un trionfo che passerà alla storia di questo millennio e dei prossimi (se ci saranno)….e che ha ispirato i passi successivi dell’America Latina e del mondo….:il continente intero, con tutti i trentatre presidi dell’America Latina hanno appena firmato l’atto successivo alla novella di MACONDO: l’America Latina è un territorio di pace, e tutte le controversie saranno risolte con i tribunali internazionali: MAI PIU’ GUERRE, MAI PIU’ ARMI, MAI PIU CONFLITTI.

Caro Aureliano Buendia….la carriera militare fa parte della truculenta preistoria delle civiltà energumene e incapaci di trovare soluzioni rispettose della legalità inetrnazionale…..i nipoti dei tuoi nipoti non potranno MAI più abbracciare la carriera militare!

Sergio Michilini,  AUTORITRATTO SEDUTO CON FINESTRA ROSSA, 1970, olio su tela,  cm.70X50

Sergio Michilini, AUTORITRATTO SEDUTO CON FINESTRA ROSSA, 1970, olio su tela, cm.70X50

Da: “Asombro por Juan Rulfo*

Gabriel García Márquez

El descubrimiento de Juan Rulfo -como el de Franz Kafka- será sin duda un capítulo esencial de mis memorias. Yo había llegado a México el mismo día en que Ernest Hemingway se dio el tiro de la muerte, el 2 de julio de 1961, y no sólo no había leído los libros de Juan Rulfo, sino que ni siquiera había oído hablar de él. Yo vivía en un apartamento sin ascensor de la calle Renán, en la colonia Anzures. Teníamos un colchón doble en el suelo del dormitorio grande, una cuna en el otro cuarto y una mesa de comer y escribir en el salón, con dos sillas únicas que servían para todo.

Habíamos decidido quedarnos en esta ciudad que todavía conservaba un tamaño humano, con un aire diáfano y flores de colores delirantes en las avenidas, pero las autoridades de inmigración no parecían compartir nuestra dicha. La mitad de la vida se nos iba haciendo colas inmóviles, a veces bajo la lluvia, en los patios de penitencia de la Secretaría de Gobernación.

Yo tenía 32 años, había hecho en Colombia una carrera periodística efímera; acababa de pasar tres años muy útiles y duros en París y ocho meses en Nueva York, y quería hacer guiones de cine en México. El mundo de los escritores mexicanos de aquella época era similar al de Colombia y me encontraba muy bien entre ellos. Seis años antes había publicado mi primera novela, La hojarasca, y tenía tres libros inéditos: El coronel no tiene quien le escriba, que apareció por esa época en Colombia; La mala hora, que fue publicada por la editorial Era, poco tiempo después a instancias de Vicente Rojo, y la colección de cuentos de Los funerales de la mamá grande. De modo que era yo un escritor con cinco libros clandestinos, pero mi problema no era ése, pues ni entonces ni nunca había escrito para ser famoso, sino para que mis amigos me quisieran más y eso creía haberlo conseguido.

Mi problema grande de novelista era que después de aquellos libros me sentía metido en un callejón sin salida y estaba buscando por todos lados una brecha para escapar. Conocí bien a los autores buenos y malos que hubieran podido enseñarme el camino y, sin embargo, me sentía girando en círculos concéntricos, no me consideraba agotado; al contrario, sentía que aún me quedaban muchos libros pendientes pero no concebía un modo convincente y poético de escribirlos. En ésas estaba, cuando Álvaro Mutis subió a grandes zancadas los siete pisos de mi casa con un paquete de libros, separó del montón el más pequeño y corto, y me dijo muerto de risa: ”Lea esa vaina, carajo, para que aprenda”; era Pedro Páramo.

Aquella noche no pude dormir mientras no terminé la segunda lectura; nunca, desde la noche tremenda en que leí “La metamorfosis” de Kafka, en una lúgubre pensión de estudiantes de Bogotá, casi 10 años atrás, había sufrido una conmoción semejante. Al día siguiente leí El llano en llamas y el asombro permaneció intacto; mucho después, en la antesala de un consultorio, encontré una revista médica con otra obra maestra desbalagada: La herencia de Matilde Arcángel; el resto de aquel año no pude leer a ningún otro autor, porque todos me parecían menores.

No había acabado de escapar al deslumbramiento, cuando alguien le dijo a Carlos Velo que yo era capaz de recitar de memoria párrafos completos de Pedro Páramo. La verdad iba más lejos, podía recitar el libro completo al derecho y al revés sin una falla apreciable, y podía decir en qué página de mi edición se encontraba cada episodio, y no había un solo rasgo del carácter de un personaje que no conociera a fondo.

Más tarde, Carlos Velo y Carlos Fuentes me invitaron a hacer con ellos una revisión crítica de la primera adaptación del Pedro Páramo para el cine. Había dos problemas esenciales: el primero, era el de los nombres. Por subjetivo que se crea, todo un nombre se parece en algún modo a quien lo lleva y eso es mucho más notable en la ficción que en la vida real. Juan Rulfo ha dicho, o se lo han hecho decir, que compone los nombres de sus personajes leyendo lápidas de tumbas en los cementerios de Jalisco; lo único que se puede decir a ciencia cierta es que no hay nombres propios más propios que los de la gente de sus libros; aún me parecía imposible y me sigue pareciendo, encontrar jamás un actor que se identificara sin ninguna duda con el nombre de su personaje.

Lo malo de esos preciosos escrutinios es que las cerrazones de la poesía no son siempre las mismas de la razón. Los meses en que ocurren ciertos hechos son esenciales para el análisis de la obra de Juan Rulfo, y yo dudo de que él fuera consciente de eso. En el trabajo poético -y Pedro Páramo lo es, en su más alto grado- los autores suelen invocar los meses por compromisos distintos del rigor cronológico; más aún, en muchos casos se cambia el nombre del mes, del día y hasta del año, sólo por eludir una rima incómoda, oír una cacofonía, sin pensar que esos cambios pueden inducir a un crítico a una confusión terminante. Esto ocurre no sólo con los días y los meses, sino también con las flores; hay escritores que no se sirven de ellas por el prestigio puro de sus nombres, sin fijarse muy bien si se corresponden al lugar o a la estación, de modo que no es raro encontrar buenos libros donde florecen geranios en las playas y tulipanes en la nieve. En el Pedro Páramo donde es imposible establecer de un modo definitivo dónde está la línea de demarcación entre los muertos y los vivos, las precisiones son todavía más quiméricas, nadie puede saber en realidad cuánto duran los años de la muerte.

He querido decir todo esto para terminar diciendo que el escrutinio a fondo de la obra de Juan Rulfo me dio por fin el camino que buscaba para continuar mis libros, y que por eso me era imposible escribir sobre él, sin que todo esto pareciera sobre mí mismo; ahora quiero decir, también, que he vuelto a releerlo completo para escribir estas breves nostalgias y que he vuelto a ser la víctima inocente del mismo asombro de la primera vez; no son más de 300 páginas, pero son casi tantas y creo que tan perdurables como las que conocemos de Sófocles.

FIN

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 Sergio Michilini, ¡DILES QUE NO ME MATEN! (Juan Rulfo. El llano en llamas),2011, oleo sobre tela, cm50x61

Sergio Michilini, ¡DILES QUE NO ME MATEN! (Juan Rulfo. El llano en llamas),2011, oleo sobre tela, cm50x61

 

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Juan Rulfo, LA PIANURA IN FIAMME, tutto il Progetto

Juan Rulfo, El llano en llamas, todo el Proyecto

Dopo COMALA, la città dei morti dell’impero…dopo MACONDO la citta che si disfà e si perde insieme alle sue glorie, arriva “WASLALA” di Gioconda Belli, dove la BELLEZZA e la POESIA dominano tutto…

Sergio Michilini, EL CAMINO A WASLALA-RETRATO DE GIOCONDA BELLI, 2006, oleo-tela, cm.80x80

Sergio Michilini, EL CAMINO A WASLALA-RETRATO DE GIOCONDA BELLI, 2006, oleo-tela, cm.80×80

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E poi vennero i grandi politici dell’America Latina, che trasformarono la magia in realtà.
E oggi la poesia, la pittura, l’arte e la magia stanno indietro…..letterati, poeti, pittori e scultori devono lavorare duro per raggiungere l’altezza dei fatti di oggi, della BELLEZZA DI OGGI, per arrivare a PEPE MUJICA, alla KIRCHNER, a CORREA, a LULA e alla DILMA RUSSEFFD, alla MICHELLE BACHELET y a EVO MORALES, a FIDEL CASTRO, a NICOLAS MADURO e a tutti gli altri…e al piu grande poeta della pace e della fratellanza tra i popoli: HUGO CHAVEZ FRIA

Sergio Michilini, GABRIEL GARCIA MARQUEZ, 2007, cm.60x35, olio su tela

Sergio Michilini, GABRIEL GARCIA MARQUEZ, 2007, cm.60×35, olio su tela

In America Latina trent’ anni fa la BELLEZZA dell’Arte e della letteratura superava tutte le altre Bellezze umane.

Oggi la BELLEZZA della politica (umana e umanista, dolce e tenera e fraterna) ha preso il sopravvento, e l’arte e la poesia dovrebbero ricercare le nuove MAGIE tra i milioni di donne, uomini e bambini che hanno smesso di soffrire la fame, che possono accedere ad un centro di salute, ad una scuola, ad un lavoro, a un pezzo di terra da lavorare, a un tetto e…soprattutto alla PACE…..i latinoamericani NON SONO PIU’ CARNE DA CANNONE PER LE GUERRE DI RAPINA DEL NORD..,.è questa è, tra le bellezze, la più bella.

Grazie GABO per il tuo potente contributo.

Riposa in pace, che nella tua America Latina sarai sempre presente, giovane quarantenne, con i tuoi 100 anni di amore e fratellanza e giustizia e pace, nei cuori, nelle menti, nelle scuole e centri di salute, nelle città e nel campo, tra i contadini che amavi tanto e tra i bambini ai quali hai insegnato il futuro.

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