Rivista “Hestetika” n.4

In tutte le edicole d’Italia dovreste poter trovare il numero 4 della rivista “HESTETIKA. Al suo interno, nelle pagg.66 a 69 l’intervista del Direttore di “Varesenews.it   Marco Giovannelli dal titolo: “Sergio Michilini, artista dei due mondi”.
Avrei preferito “Pittore dei due mondi” per non creare confusioni con questa ormai ambigua parola che è “artista”. Ma, a parte questo dettaglio, l’articolo è bello e completo e ottima anche la impaginazione e le illustrazioni.

Ringrazio “Hestetica” (il magazine di ART-DESIGN-ARCHITECTURE-FASHION-HI TECH) per aver dato spazio alla Pittura, in questa nostra Italia dove incredibilmente questo linguaggio espressivo sta vivendo un periodo storico davvero difficile. Qui sotto riproduciamo il testo completo della intervista.

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Il lavoro di Sergio Michilini è un inno alla Pace, e lui è convinto che la funzione del pittore sia aiutare l’umanità a vedere e a conoscere. Ha così dedicato una parte importante della propria attività all’arte Pubblica, con affreschi, pitture murali, ceramiche e mosaici di grandi dimensioni, nonché alla creazione della prima Scuola di arte Pubblico – Monumentale con carattere “nazionale” del continente americano. Sergio Michilini è nato in Friuli nel 1948, ha terminato i suoi studi nell’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1973. il suo cammino artistico si è sviluppato tra la Lombardia, la Toscana e l’America Latina. La sua ultima opera trae ispirazione ed è dedicata a Santa Chiara e San Francesco. Una rivisitazione dell’ambiente e della vita delle due figure religiose che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana.
L’abbiamo intervistato per raccontare la sua storia di arte e viaggi.

La sua ricerca artistica la porta a dipingere personaggi storici e nel contempo frutti della natura. Come mai questa scelta?

“La libertà dell’arte sta nella misura che ciascuno deve trovare individualmente. La mia misura ha due fonti: la Storia dell’Arte Italiana (con la quale io non ho mai rotto niente, al contrario degli “avanguardisti”), e le cose, la natura e la madre terra. Picasso diceva “non si dipingono le idee, ma le cose”. E queste sono quelle che ci stanno attorno; le idee, casomai, vengono dopo. Le cose e gli oggetti hanno una loro voce ed esprimono simbolicamente solidità, densità e onestà per i comportamenti umani”.

E perché le cose danno la misura?

“Perché suggeriscono quando si arriva al limite, superato il quale si diventa artificiali, falsi e solo apparenti. Io, nel mio lavoro, posso inventare, trasformare, rifare, ma dopo un certo periodo sento il bisogno di confrontarmi con le cose. L’altro giorno mi sono rimesso a dipingere il cacao per un aggiornamento sul colore e sul rapporto tra luce e colore. Altre volte mi vado a rivedere Gentile da Fabriano, Piero della Francesca o i ritratti del Fayoum o Cézanne per una boccata di ossigeno dopo tanto lavoro, e così torno alle fonti primarie. Non mi interessano le cose effimere, commerciali, inconsistenti, frivole. Quello che cerco è continuare questo cammino che ci tramanda la storia, che suggerisce l’oggi in cui siamo immersi, guardando al futuro”.

Non c’è il rischio di restare legati a un’arte “superata”, considerata passata?

“Questo è un falso problema: l’arte vera è sempre vigente e attuale. Nella realtà, per un pittore si tratta di una ricerca continua, con gli specifici strumenti sensoriali della materia, della forma, del colore, del movimento ecc. per capire, conoscere e interpretare la natura dell’esperienza umana, le sue significanze e interrelazioni con il tutto; gesti, cose, manualità e attività ripetute mille volte e sempre nuove, attuali, uniche e irripetibili. Poi, nello specifico, se le mie opere sono arte o no, questo sarà la storia a dirlo”.

Da oltre dieci anni lei lavora molto con internet. Prima un sito autobiografico, poi una vera Bottega d’Arte virtuale/interattiva e da ultimo un Blog in difesa della Pittura e dei Pittori. Ci si chiede: come mai tanta attenzione alle nuove tecnologie per un Pittore che si rifà all’arte classica?

“È semplicemente una questione di tempi. Anticamente i pittori avevano tutto il tempo per disegnare con modelli viventi, per studiare l’anatomia umana partecipando direttamente alle autopsie dei cadaveri, per sperimentare nuovi materiali e tecniche e fabbricare i loro strumenti di lavoro, e pertanto per sviluppare all’estremo le loro fantasie, capacità e virtuosismi espressivi. Poi con l’avvento della fotografia, e quindi dell’immagine documentaria oggettiva, i pittori hanno potuto ridurre tremendamente i tempi di realizzazione delle loro opere. I pittori muralisti messicani sono
quelli che hanno saputo di più approfittare di queste tecnologie meccaniche dell’immagine, teorizzando e creando immense opere di Arte Pubblica davvero rivoluzionaria, e David Alfaro Siqueiros è arrivato addirittura a superare la prospettiva statica a partire dallo “spettatore in movimento” e prefigurando un nuovo “muralismo cinematografico” per le grandi urbanizzazioni del futuro. Oggi, con internet, si apre non un mondo, ma un universo, con milioni di foto a disposizione e infiniti programmi di elaborazione delle immagini e dei progetti visivi. Ci sono tutti gli elementi per pensare che dalla Preistoria si potrebbe passare alla Storia della Pittura, davvero libera, grande, potente e utile per gli individui e la società e la civiltà… e invece, proprio in questi anni, in un momento così trascendentale, i bassi interessi e le meschinità umane hanno sancito la “morte della Pittura”, abortendo questa opportunità unica nella storia. Penso soprattutto all’Italia, che nel mondo è stata la patria della Pittura… ad ogni modo, anche in queste pessime e avverse condizioni, io continuo la battaglia, come posso e dove posso, utilizzando al massimo e con grande curiosità queste nuove tecnologie, che si aggiungono ad altri strumenti di conoscenza, indagine e documentazione oggettiva, come sono la letteratura, i documentari, l’informazione o la conoscenza diretta in loco, per arrivare alla immagine sintesi, all’opera, appunto, unica e irripetibile”.

A proposito della letteratura, lei ha dedicato un anno della sua ricerca artistica a dipingere alcuni racconti scritti dal messicano Juan Rulfo. Come mai questa scelta?

Juan Rulfo ha rivoluzionato la novella in lingua spagnola, ed è l’origine del famoso realismo magico latinoamericano. Il suo linguaggio non è più quello dell’intellettuale che interpreta l’umanità e i suoi problemi, ma è quello diretto e crudo del contadino povero, che racconta in prima persona le sue vicissitudini e inquietudini, dove lo spazio e il tempo spariscono e i personaggi del passato, del presente e del futuro convivono simultaneamente e si mescolano ai miti, alle leggende e ai pensieri personali, in un monologo che supera la cronaca e il fatto quotidiano per arrivare a una sintesi suprema dell’esperienza umana, con il minimo indispensabile delle parole (Rulfo ha scritto solamente due libri per un totale di circa 300 pagine), come una architettura perfetta e assoluta, per tutti e per l’eternità. Tradotto in pittura equivale a Cubismo, Futurismo, Realismo, Arte Africana, Precolombiana, Egiziana, Greca, Rinascimentale e Contemporanea insieme. E io vorrei dipingere così, come lui ha scritto”.

E come le è nato il desiderio di dipingerlo?

“Nacque subito, appena scoperto in Messico all’inizio degli anni ’80. Poi, come in altri casi, quell’emozione restò lì, archiviata. Negli ultimi tempi avevo bisogno di un’esperienza e di una riflessione forti, che si concretizzeranno in un grande quadro che sarà il mio testamento pittorico”.

Perché un grande quadro?

“La mia migliore opera non è quella che ho dipinto, ma quella che dipingerò. Pensavo di concludere, in un certo senso, la mia personale avventura con una grande opera, un grande ciclo pittorico pubblico o un grande affresco….ma i tempi sono troppo ostili alla Pittura. E allora ho ridotto le dimensioni della superficie, non delle idee, e ho rivisitato attentamente il “Da dove veniamo? chi siamo? Dove andiamo?” del caro Paul Gauguin, un quadro di quattro metri per un metro e mezzo che è una sorta di summa filosofica, un testamento pittorico, un’allegoria sulla vita di questo grande maestro. Ecco, mi piacerebbe dedicarmi a dipingere un quadro con lo stesso spirito e intenzione, una specie di testimonianza pittorica di ciò che ho capito, vissuto, conosciuto; non un racconto, ma una sensuale festa delle forme e dei colori. Un quadro dipinto a olio su tela, quando questi strumenti sono quasi stati abbandonati, fa già parte dell’allegoria a cui sto pensando”.

SERGIO MICHILINI, "TALPA" (JUAN RULDO, LA PIANURA IN FIAMME), OLIO SU TELA, cm.80x80

Juan Rulfo
Il maggiore scrittore messicano del Novecento nasce il 16 maggio 1917 a Sayula, nello stato di Jalisco. Rimasto orfano a 10 anni, si stabilisce a Città del Messico, facendosi apprezzare anche come fotografo (sono circa 6 mila le foto depositate presso la Juan Rulfo foundation). Nonostante le sue uniche opere pubblicate siano state la collezione di brevi racconti La pianura in flamme (1953), il romanzo Pedro Pàramo (1955) e la novella Il gallo d’oRo (1980), è uno degli autori più apprezzati di tutta l’America Latina, tanto che un sondaggio realizzato dall’editorial alfaguara è risultato il più popolare scrittore di lingua spagnola del XX secolo, insieme a Jorge Luis Borges, È morto il 7 gennaio 1986.

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Sergio Michilini, BUENOS DIAS DON SERGIO, 1996, olio su tela, cm.70x60

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Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela, cm.60x60

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Sergio Michilini, LA VENERE CENTROAMERICANA, 1996, olio su tela, cm.111x166

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