I film del Lupastro

Il cinema è ovunque

Il calcio al cinema? Ecco la top five

Data:17 giugno 2010
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Italia-Germania 4-3, quarant’anni di storia e ancora oggi definita la partita del secolo. Il cinema non poteva ignorarla, tanto da aver anche realizzato un film di Andrea Barzini che ha come sfondo la storica partita.

Italia-Germania 4-3 non è però un film sul calcio, ma un’opera generazionale, di passaggio e maturazione per i protagonisti, tre amici che si ritrovano in occasione della partita.

In questo periodo mondiale non ci si può esimere però da stilare una classifica delle più belle partite di calcio al cinema.

Discutibile? Mandate le vostre scelte.

Ecco le mie:

 

1 - Fuga per la vittoria di John Huston (Usa, 1981)

Un’americanata certo, ma forse il più bel film con Stallone che sembra anche un attore vero. Ispirato a una storia vera c’è anche Pelè, qui attore, autore di una rovesciata entrata nella storia del cinema e l’emozione di un ritorno in campo: l’orgoglio per una rivalsa, una vittoria contro l’ingiustizia in cui è impossibile non essere trascinati.

 

2 - Febbre a ’90 di David Evans (Gran Bretagna, 1997)

La storia di un piccolo allenatore e la sua passione per l’Arsenal. Passione che non abbandona nemmeno per un altro tipo di amore. Tratto da un libro del grande Nick Hornby, una dichiarazione d’amore per il calcio.

 

3 - Ultimo minuto di Pupi Avati (Italia, 1987)

Dietro la lente del mondo del calcio, tra sport e corruzione. Un film che al tempo sembrava pessimista, ma che ha anticipato quanto accaduto vent’anni dopo con Calciopoli.

 

4 - L’allenatore nel pallone di Sergio Martino (Italia, 1984)

Demenziale ma indimenticabile l’ascesa della Longobarda e del mitico fuoriclasse Aristoteles!

Uno scambio di battute che da solo vale tutto il film.

Canà (l’allenatore Lino Banfi): “Voi sapete che le norme generali di tutti gli allenatori del mondo più o meno usano le stesse formazioni, c’è 4-5-1 o 4-4-2, io invece uso una cosa diversa: il 5-5-5”.
Speroni (giocatore): “Ma mister, che si gioca in quindici?”
Canà: “Sono sedici, perché ti sei dimenticato il portiere”

 

5 - Maledetto United di Tom Hooper (Gran Bretagna, 2009)

L’ascesa di un calciatore che diventa allenatore, il cui successo con il Derby County (con cui ha scalato le categorie fino a vincere il campionato inglese) lo porta ad allenare la squadra che più ha odiato, i Leeds. Un compito difficile che lo porterà a fare i conti con se stesso e i propri limiti. Il calcio protagonista, visto dagli spogliatoi.

I parenti sono come i tacchi, scomodi ma utili

Data:11 giugno 2010
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Ebbene sì, sono tornato al cinema, anche se con uno schermo che era grande come uno di quei nuovi super televisori. Ma fa niente. Il buio della sala è comunque inimitabile, non riproducibile

in un salotto o in una cantina. Ho visto un Ken Loach dei vecchi tempi. Almeno per tre quarti del film. È quello a cui mi ha fatto pensare La nostra vita di Daniele Lucchetti, storia di un muratore (Elio Germano) costretto dalla vita a trasformarsi, a passare da vittima a carnefice della società. Una grande interpretazione dell’attore che ha vinto anche la Palma d’Oro a Cannes e una regia di Lucchetti che era ai livelli di Loach, il regista operaio inglese, autore dello storico Riff Raff e di molti altri film di denuncia della condizione lavorativa di operai, poveri e immigrati.

La prima mezz’ora è davvero angosciante (la scena del funerale è da manuale, senza retorica). Forse perché l’ho visto lontano da casa. Forse perché la moglie del protagonista aspetta un bambino e non ce la fa. Ma la visione è sicuramente non da soap opera. Tutto è un crescendo credibile di tragedia e sofferenza: lui deve affrontare come può la perdita della moglie, rimane da solo con tre figli e l’unico che lo aiuta è lo spacciatore vicino di casa (un Luca Zingaretti irriconoscibile). C’è sempre anche la famiglia, i fratelli, che non lo abbandonano (“i parenti sono come i tacchi, sono scomodi ma aiutano”). Totale assenza delle istituzioni e dello Stato, a cui il protagonista non pensa nemmeno lontanamente di rivolgersi, né per il lavoro, né per un aiuto coi bambini.

Peccato per il finale. Consolatorio. Non lo nego, mi ha fatto andare a casa tranquillo. E forse ne avevo bisogno. Ma non è da Ken Loach e soprattutto è poco reale. Un lieto fine che dà speranza, è vero, ma che crea un distacco dalla storia, come se fosse una favola. Come insegna proprio il regista inglese, non deve per forza finire in tragedia, ma nemmeno dare una risposta a tutti i costi. Il film poteva chiudersi anche qualche scena prima e lasciare allo spettatore la possibilità di scegliere il finale nella propria testa.

La nostra vita rimane comunque un bel film. E conferma che il cinema italiano, come ha dimostrato anche Virzì con La prima cosa bella, è vivo e pensa. Merito anche degli sceneggiatori: gli storici Rulli e Petraglia che in passato hanno firmato tanti capolavori, come La meglio gioventù.

La partita del secolo? Italia-Marocco

Data:28 maggio 2010
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Si avvicinano i mondiali di calcio e immancabili arrivano le classifiche delle partite più belle, i gol indimenticabili, i momenti salienti dei diversi mondiali. Ma la “partita del secolo” per me non è Italia-Germani 4-3, ricordata anche nell’omonimo film, ma quell’Italia-Marocco che vede protagonista la “banda” di Salvatores in Marrakech Express.
Partita di pochi minuti dove il cinema italiano riesce in quell’impresa di dichiarazione d’amore al calcio che mai era riuscita prima. Persino Aldo Giovanni e Giacomo, nel loro esordio al cinema con Tre uomini e una gamba, non hanno potuto fare a meno di omaggiare quell’incontro. Ecco, quindi, la partita del secolo, nelle due declinazioni.

I due lati opposti del cinema italiano

Data:26 maggio 2010
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la-prima-cosa-bella-poster-italia_midIl giorno e la notte. Non saprei come altro definire le visioni “tardive” (in dvd) di questi giorni. Proprio mentre a Cannes viene premiato il cinema italiano con La nostra vita di Daniele Lucchetti, mi sono dedicato a recuperare due film che credevo entrambi importanti. La prima cosa bella di Paolo Virzì e Baciami ancora di Gabriele Muccino.
Su Virzì premetto che non sostengo lo stereotipo che lo vedrebbe l’erede della commedia all’italiana, l’erede di Dino Risi (omaggiato dal regista nel film). Sarebbe una gabbia in cui chiuderlo. Virzì ha un suo stile e lo dimostra. La prima cosa bella è un grande film, capace di far ridere e piangere, con una grande Mastrandrea (che parla con accento livornese!). La storia è un bell’affresco dell’Italia, non solo degli anni ‘70, ma di quel presente che non lascia scampo, pieno di labirinti e passioni senza uscita. È poetico e delicato, ironico e graffiante. Virzi, fin da Ovosodo si è dimostrato l’unico in grado di fare della comicità non volgare, ma nello stesso tempo capace di far pensare, riflettere, su una società in evoluzione e in continua esigenza di una direzione. Lasciando una speranza vera alla fine della visione, non artefatta e fiabesca di una muccinata.
Purtroppo poi, esaltato dalla visione di Virzi, ho inserito il dvd di Baciami ancora sperando che il videoclip di Jovanotti fosse solo un assaggio dell’opera di Muccino. Niente. Ma nel senso vero del termine. Il film è una girandola di tradimenti, misogino fin nel midollo della pellicola, dove il regista-autore, sembra voler trovare una giustificazione per forza scontata al malessere delle coppie che crescono. Muccino, sempre lui perchè il film inevitabilmente è suo, dà un finale a L’ultimo bacio rendendo stupido anche il film di 10 anni fa che si salvava proprio per quel non finale che ognuno leggeva come voleva. L’ultimo bacio, purtroppo diede il via a quella serie di film generazionali di cui oggi non sentiamo più il bisogno (fino ad arrivare a quelli “mocciosi”), ma almeno aveva il pregio di essere registicamente fresco e soprattutto di essere il primo. Baciami ancora è vecchio. È una grande e lunga soap opera, come ha definito chi mi stava vicino. Ma una soap che con le nuove serie tv americane non ha niente a che vedere. Di questo film si salvano solo la Belvedere e Favino. Grandi e bravi. Ma non basta.
Due film, il giorno e la notte. E speriamo che il giorno prosegua a lungo perchè il cinema italiano, nonostante la classe dirigente non ci creda (come ha detto Elio Germano a Cannes), sta vivendo un bel momento di produzione intellettuale. Muccinate e cinepanettoni a parte.

Robin Hood, ecco il nuovo “Gladiatore”

Data:16 maggio 2010

robin_hoodIl nuovo Gladiatore dieci anni dopo. Vero. Robin Hood diventa tale solo dopo 90 minuti di film. Vero. Russell Crowe non ha il fisico del ruolo, nel senso classico dell’immaginario. Vero. Il regista Ridely Scott cita se stesso più volte, usa lo stesso montatore (Pietro Scalia) che ha inventato il montaggio d’azione più imitato del cinema recente, proprio con Il Gladiatore. Vero.
Ma allora cosa fa del nuovo Robin Hood un bel film? Sicuramente l’alchimia tra attore e regista e poi, sicuramente, il tocco inglese di Scott, che da Alien a Blade Runner, fino ai recente American Gangster ha saputo far emergere quelle storie di valori forti, combinando azione, storia e passione.
Robin Hood racconta la nascita di un mito. Non ci sono calzamaglie verdi, non ci sono scorribande nella foresta “per dare ai poveri“, non ci sono false schermaglie d’amore. Chi si aspetta Errol Flynn rimane sicuramente deluso. Chi cerca un nuovo Kevin Costner (negli anni ‘90 all’apice del successo proprio in questo ruolo) prenderà un granchio. Crowe prosegue nel suo percorso di personaggi scontrosi, al limite dell’essere presi a schiaffi. Ma con un senso di giustizia che è universale per tutti. Il tutto con al fianco una più che mai affascinante Cate Balchett.
È vero che il film non è un capolavoro. È un film d’azione di mestiere. La durata, quasi due ore e mezza, non si fa sentire. Per usare un termine tanto in voga negli ultimi anni è un reboot (quando una saga viene riazzerata nel racconto in base a nuove regole e con nuovi obiettivi narrativi). Ridley Scott, fin dalle scritte iniziali, spiega di voler raccontare come è nata una leggenda: non usa i tempi classici della narrativa perchè preferisce scandagliare la nascita del mito di Robin Hood, umanizzandolo. Ed è proprio questo che lo fa diverso da altri film d’azione. Rimane nelle regole, ma si permette delle digressioni.
Nel Gladiatore Crowe cercava vendetta per il figlio ucciso. In questo film interpreta un figlio rimasto orfano. Una peculiarità tra i due film che non è certo casuale. Come non è casuale vi siano continue citazioni al vecchio film. Scott non lo rinnega, lo cita. Da anni si parla di un seguito del Gladiatore, ma nessuno ha trovato ancora la storia giusta. Robin Hood, per tematica (la ricerca della giustizia) ne è il seguito ideale, esattamente dopo 10 anni.

Tornano i Visitors, ma chi sono i veri alieni?

Data:14 maggio 2010
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visitors_nuova_serieTornano gli schifosi Visitors. Nei giorni scorsi Joi ha trasmesso le prime quattro puntate del rifacimento di un cult della tv degli anni ‘80: quel Visitors dove gli alieni, con divise da nazisti, ma rosse e nere, invadevano il mondo. Erano terrificanti, dalla loro voce metallica, al loro aspetto sotto la pelle umana, al loro comportamento inquietante con cui soggiogavano gli umani.
Quel telefilm nacque proprio sul finire della guerra fredda, con la paura dei comunisti negli Stati Uniti ancora forte, sotto una presidenza Regan non certo morbida.
Oggi quella paura non c’è più, ma il nuovo Visitors è altrettanto inquietante: belle le idee con cui gli si spiegano che gli alieni sono tra di noi da decenni, l’utilizzo della televisione come mezzo per conquistare le masse, l’aspetto come valore per avere la fiducia degli umani, e soprattutto la sconfitta delle malattie come mezzo per la conquista del mondo. Ma il periodo storico è ancora così fondamentale per far tornare “cattivi” gli alieni? Forse sì. Non tanto per il terrorismo, ma per lo stesso concetto di paura, di utilizzo della stessa, per mobilitare le masse e l’opinione pubblica. Ieri i comunisti, oggi il terrorismo. Il secondo esiste, nessuno lo nega, ma la paura gioca un ruolo fondamentale nel controllo. Questo mostra il nuovo Visitors. Ed è questa la sua bellezza.
Una nota di lode merita sicuramente la protagonista. Nell’opera degli anni ‘80 si chiamava Diana ed era il capo degli alieni. Oggi si chiama Anna, parla attraverso la televisione (“Veniamo in pace, sempre” ma sembra una dichiarazione di guerra), e ha uno sguardo inquietante nella sua bellezza.
Negli Stati Uniti, dopo il test delle prime quattro puntate, stanno preparando il seguito. Speriamo arrivi presto anche da noi.

Riscoprire In&Out!

Data:11 maggio 2010
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inoutOggi parlando con alcuni amici mi sono accorto che nemmeno i film che una volta erano considerati commerciali e di grande successo vengono ricordati dai giovanissimi. In&Out è uno di questi: una grande successo ai botteghi, un grande attore come Kevin Kline (non Calvin), e una storia da grandi risate.
E dire che il film non è tanto vecchio, è della fine degli anni ‘90, e a rivederlo non sembra nemmeno tanto datato: la storia è quella di un uomo prossimo alle nozze che scopre la propria omosessualità.
Colonna sonora da spettacolo, fa parte di quel filone di film “da nozze” che comprende anche l’altro capolavoro che è Il matrimonio del mio migliore amico.
Di seguito una delle tante scene del film In&Out che non si possono dimenticare e che funzionano anche da sole. Questa è la prova a cui si sottopone il protagonista per essere un vero macho e “sconfiggere” le pulsioni da gay. E chi non lo ha visto per intero corra subito a noleggiarlo!

Draquila, sangue a rabbia a un anno dal terremoto

Data:6 maggio 2010
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“Ci avevo creduto anche io che il governo stesse reagendo”. “Tenevo a bada il mio antiberlusconismo”. “In Abruzzo si capisce come si può costituire una dittatura”. Sono solo alcune frasi che in questi giorni Sabina Guzzanti ha utilizzato per spiegare il suo ultimo film, Draquila – L’Italia che trema, un documentario in pieno stile Michael Moore (sembra tra l’altro siano grandi amici).

Stando alle prime sequenze visibili sul suo sito (il film esce il 7 maggio), l’autrice mette da parte l’ironia e il sarcasmo che l’hanno sempre contraddistinta (ma non tutto) per raccontare in 93 minuti quello che è successo in un anno, dopo il terremoto che ha colpito l’Abruzzo nel 2009. I sentimenti che scatenano i primi spezzoni sono rabbia, confusione e delusione.

La Guzzanti ha realizzato 700 ore di interviste, montate come i documentari di Moore: veloci, dinamici, con tante vignette e grafici. Domande insistenti, semplici e irritanti per gli intervistati proprio per la loro schiettezza. La Guzzanti dice non aver realizzato un film contro Berlusconi, ma contro un modo di fare che sta uccidendo l’Italia: sceglie di mettere di far sentire le risate dei costruttori poche ore dopo il terremoto, costruttori che pensano già agli affari che faranno; sceglie di far vedere anche l’assenza dell’opposizione in Italia, presente in Abruzzo con una tenda vuota in ogni stagione, con dentro solo un panino che ammuffisce; sceglie di intervistare coloro che hanno ricevuto le nuove case con tanto di spumante nel frigo; sceglie di raccontare come un padre abbia perso due figli perché ha ascoltato la televisione che lo rassicurava su quanto stava accadendo, piuttosto che “ascoltare” l’istinto e uscire di casa.

Il film andrà a Cannes come evento speciale e avrà una risonanza internazionale. Bertolaso ha già detto che non sarà una bella immagine per l’Italia, Berlusconi ha detto che c’è troppa libertà di stampa. La Guzzanti, attraverso il proprio blog, ha risposto solamente citando una frase di Voltaire: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire».

La Guzzanti sempre sul sito ha scritto che facendo questo film ha “scoperto di amare questo paese”. In un’intervista all’Espresso ha spiegato il perché: “Perché come l’Aquila questo paese lo stiamo distruggendo. E come spesso accade, ti accorgi di quanto ami qualcuno e di quanto sia prezioso, solo quando lo stai perdendo”. Una motivazione che da sola vale la visione del film.

“Non voglio vivere in un mondo senza sentimenti”

Data:4 maggio 2010
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a-single-man-locandinaUna lentezza squisita. Non saprei come altro definire il magnetico film di Tom Ford, A single man. Devo ammettere che l’ho preso a noleggio, con qualche dubbio, poco convinto di vedere un bel film, ma comunque curioso di scoprire cosa aleggiava dietro quest’opera realizzata da un già affermato stilista.
Ammetto però che fin dalla prima mezz’ora avevo capito di essere di fronte a un grande film: la storia di questo uomo rimasto senza il compagno nel 1962, che cerca di svegliare inutilmente la società con i propri insegnamenti, non è mai banale. A partire dalla fotografia, fredda, asettica, ghiacciata, quando il mondo è senza sentimenti. Con dei colori bellissimi quando lui stesso (un grande Colin Firth) trova l’amore e la passione intorno a lui, sotto ogni forma.
Come dice lui stesso mentre osserva maliziosamente due giocatori di tennis a petto nudo, di fronte alla paura di un attacco atomico, “Non voglio vivere in un mondo senza sentimenti”. La tesi di tutto il film, a partire da un’ipotesti opposta. Con un finale che, seppur prevedibile, diventa bellissimo nella sua purezza ed essenzialità.
A Single Man è di una tristezza infinita, come potrebbe dire qualcuno, ma solo in apparenza. È un film con una speranza perché qualsiasi strada prenda l’amore in questione, la serenità può essere raggiunta.

Novant’anni di Grande Guerra. Addio Furio Scarpelli

Data:28 aprile 2010

scarpelliUna padella alzata dalla trincea, le pallottole che sparano alla pentola ed ecco fatto, un grande Alberto Sordi pronto a cucinare le castagne (La Grande Guerra). Questo era Furio Scarpelli, uno dei grandi sceneggiatori che hanno fatto conoscere il cinema italiano nel mondo nel Dopoguerra e durante il boom economico. Un cinema quello di allora fatto spesso con due lire, ma con grandi idee, capace di raccontare un mondo con l’ironica cattiveria che distingueva il periodo.

Scarpelli è scomparso nella notte tra martedì e mercoledì all’età di 90 anni. Lucido fino alla fine, schivo e sempre pungente nei suoi interventi, amava definirsi un narratore, non uno sceneggiatore. Lo dimostrano i lavori che ha firmato per 45 anni insieme all’amico Age, scomparso nel 2005. Insieme Age & Scarpelli sono stati tra i padri fondatori di quella commedia all’italiana che ancora oggi stenta a ridecollare.

Molti i capolavori, non si può citarli tutti, ma i più importanti sì: oltre al già nominato La grande guerra, ci sono anche L’Armata Brancaleone, I mostri, I soliti ignoti, Sedotta e abbandonata. Furono loro gli sceneggiatori che insieme diedero identità ai loro personaggi facendoli parlare anche in dialetto: ne La grande guerra persino Vittorio Gassman fu costretto a parlare lombardo.

Scarpelli ha saputo anche rinnovarsi, firmando anche una delle più grandi opere western di Sergio Leone, Il buono il brutto e il cattivo. Con gli anni dimostro di saper leggere il mondo contemporaneo in maniera impeccabile: i tradimenti di Romanzo Popolare, le famiglie di C’eravamo tanto amati e La famiglia (di Ettore Scola).

Scarpelli era la sceneggiatura. Non quella che oggi viene scambiata per un testo da mettere in scena. Era l’arte di saper raccontare per immagini, di convincere i registi a vedere quello che lui aveva visto, intuito, trascritto e interpretato.
Come scrive
Paolo d’Agostini su Repubblica, il miglior modo per far vivere Furio Scarpelli e diffondere il più possibile i suoi film, tutti.

Chi sono

Un amico una volta mi ha detto che per me la realtà non esiste se prima non è passata da uno schermo, da una televisione, da una sala cinematografica. Aveva ragione.

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