Palle di neve a Gerusalemme

2 marzo 2012. Nevica a Gerusalemme. Succede in media ogni quattro anni. Sul monte Hermon nel Golan invece la neve c’è tutti gli anni, tanto che gli israeliani hanno costruito una stazione sciistica dentro una base militare (il Golan è territorio sottratto alla Siria dalla Guerra dei Sei Giorni): ricorda posti come i Piani di Bobbio o Monte San Primo, ma nei primi anni 70. Nessun problema di traffico, perché il traffico non c’è. Quando nevica le scuole sono automaticamente chiuse e quasi nessuno va a lavorare. Il problema viene risolto alla radice e nessuno se la prende col sindaco. Non sembra vero ai frati e alle suore che studiano alla Studio Biblico Gerosolimitano di poter fare a palle di neve. Alcuni la neve la vedono per la prima volta, per esempio i frati del Mozambico e del Brasile. Nevica sul Santo Sepolcro, oggi invaso dalle crociere che sbarcano ad Haifa e in un giorno si fanno i principali santuari confusamente. Tra di loro c’era anche gente di Varese che ho visto in coda per entrare nella Tomba della Resurrezione: non erano tanto contenti di aver trovato la neve, però si divertiranno a raccontarlo quando torneranno a casa. Nel link qua sotto trovate il video di quello che ho descritto (tranne i turisti di Varese).

http://youtu.be/TU6uQGpvSVs

 

 

È iniziata la Quaresima: Alleluia!

La Quaresima è iniziata anche in Terra Santa. I Latini –cioè noi cattolici- hanno già celebrato la prima domenica, mentre gli ortodossi la celebreranno il 4 marzo. Questo è il periodo più bello per stare a Gerusalemme, quando la città cristiana esprime la sua identità più profonda nella liturgia, sempre solenne, specialmente al Santo Sepolcro. Qui i riti addirittura spesso si sovrappongono: domenica scorsa mentre i greci ortodossi e i copti erano verso la fine della loro messa, i cattolici avevano iniziato la loro, e così per una ventina di minuti si è verificato tutto un caleidoscopico contrappunto di canti, preghiere, incensi e azioni liturgiche [ascolta un esempio cliccando il link alla fine dell'articolo]. Solo qui a Gerusalemme è possibile vedere in uno stesso tempo, in uno stesso spazio, come la stessa fede si possa esprimere in forme e in gesti così diversi. Per esempio, la comunione ognuno la fa a modo suo. L’altro giorno ho assistito a quella dei copti: prima fanno la fila per il pane e mentre lo consumano si coprono la bocca con un fazzoletto bianco ricamatissimo; poi si mettono in coda per ricevere il vino, che gli verrà somministrato con un cucchiaino (lo stesso per tutti). Ma anche la nostra messa è abbastanza particolare, con le Lodi inserite e cantate in gregoriano, tutta in latino, con letture e preghiera dei fedeli possibili in varie lingue, vangelo e omelia in arabo. Il patriarca –cioè il vescovo o un suo delegato- assiste dalla sede ma non celebra, perché l’eucaristia è sempre presieduta da un frate minore francescano della Custodia di Terra Santa. Il patriarca recita però i riti di introduzione, gli oremus (eccetto quello sulle offerte) e tutte le benedizioni (cioè quella al diacono per il vangelo, al predicatore per l’omelia e quella finale). Il patriarca invece presiederà e celebrerà i riti della Settimana Santa. Le ragioni di questa strana situazione liturgica sono storiche e giuridiche allo stesso tempo, ma ora non mi ci addentro. Non sembri una scortesia, anzi, al contrario, al patriarca riserviamo tutti gli onori che spetterebbero storicamente al Guardiano del Santo Sepolcro e del Monte Sion, ovvero al Custode di Terra Santa. Il Custode invece in Quaresima e nel Triduo Pasquale presiede riti meno importanti, ma più specifici della liturgia propria di Gerusalemme, come le Vigilie notturne, il Funerale di Cristo e la Lavanda dei piedi al Cenacolo. Le notti di vigilia si celebra la Memoria della Resurrezione, e per questo si canta un antifona con l’Alleluia, che in tutte le altre chiese cattoliche è sospeso fino a Pasqua. Dopo un giro con le candele accese intorno all’edicola del Santo Sepolcro cantando il Benedictus, il Custode entra nella tomba con l’Evangeliario; quindi, tornati nella cappella dell’Apparizione, proclama egli stesso il vangelo della Resurrezione. Queste sono solo alcune delle ricchezze liturgiche di Gerusalemme e tutte le chiese cristiane hanno le proprie. Chi ama la liturgia deve venire qui: sarebbe bello che qualche agenzia di viaggi organizzasse un “pellegrinaggio liturgico” proprio per fare questa esperienza di bellezza e devozione.

ascolta: http://www.fileden.com/files/2012/3/3/3273464/quaresima.mp3

http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=19746

http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=19755&Pagina=1

Forza Assad

“Forza Assad”: con questo slogan preso dal linguaggio sportivo si potrebbe sintetizzare il sentimento politico della quasi totalità dei cristiani che vivono in Siria (la mia fonte autorevole per stare sul sicuro parla del 90%). Sotto il regime degli Assad i cristiani hanno goduto di protezione e libertà di culto, così come le altre minoranze religiose. Questa situazione di tranquillità si realizzava anche sotto gli altri regimi dittatoriali o fintamente democratici che sono stati spazzati via dalla cosiddetta “Primavera araba” o stanno per esserlo. I cristiani del Medio Oriente si domandano come mai le potenze tradizionalmente cristiane si diano tanto da fare per creare instabilità politica nella regione e per aprire la porta al fondamentalismo islamico. Gli assalti alle chiese e le uccisioni dei cristiani in Egitto sono già cominciate. Un mio conoscente siriano che abita in un villaggio cristiano vicino al confine turco mi ha detto che solo pochi giorni dopo l’inizio dei sommovimenti in Siria, sui muri della città sono apparse scritte “Stiamo arrivando”.

Lo sapevate? Sono tante le cose che non si sanno su quello che sta succedendo, o che si sanno ma non vengono raccontate. Non le so nemmeno io; ma quelle che so non corrispondono sempre esattamente a quello che appare sulla stampa occidentale. Bisognerebbe controllare le fonti o, almeno, citarle. Così si saprebbe se i giornalisti che mandano informazioni sulla Siria, le raccolgono e le spediscono da lì o non piuttosto da altri luoghi, come Libano, Israele o Turchia; se le immagini e i dati che vediamo sulle televisioni europee e che leggiamo sui giornali derivino da inchieste fatte sul campo o piuttosto non siano dei semplici forward di agenzie di stampa controllate da regimi o stati come la Turchia, l’Arabia Saudita o il Qatar, che hanno interessi nella regione e combattono con l’arma di una informazione unilaterale una guerra che non intendono combattere militarmente.

Non dico che tutto quello che si sa sia falso, ma invito alla prudenza e a un briciolo di diffidenza critica preventiva. Io stesso non prendo per oro colato tutte le cose che mi raccontano i miei amici siriani o egiziani. Però prima di giudicarle bisognerebbe verificarle e prima di verificarle bisognerebbe saperle. Per esempio, questo mio conoscente che abita in Siria vicino al confine turco, mi ha detto che un giorno si sono alzati e hanno visto arrivare dall’altra parte dei bulldozer che hanno spianato una grande area in territorio turco. In poco tempo è nata una tendopoli ben organizzata con tanto di ospedale da campo. I confinanti si domandavano a che cosa servisse. Quando due settimane dopo sono scoppiati i primi disordini in Siria hanno capito: quell’accampamento era in realtà un campo profughi che la Turchia aveva costruito in anticipo rispetto ai disordini. Sarà vero? Non lo so: ma se fosse vero sarebbe segno che la Turchia sapeva in anticipo che sarebbero scoppiati grossi disordini sociali, tali da preventivare l’allestimento di un campo profughi; o lo sapeva o –nel peggiore dei casi- è stata parte attiva nel provocarli. Un altro amico siriano, di ritorno dalla casa dei suoi genitori, circa un mese fa mi ha detto che aveva trovato molti controlli militari, perché l’esercito stava presidiando il territorio in quanto –approfittando della situazione- si erano formate bande armate di malviventi (alcune provenienti dalla Turchia) che depredavano la gente e violentavano le donne che non portavano il velo. Sarà vero? Non lo so. Ma se fosse vero, probabilmente cambierebbe di molto la nostra indignazione, sentendo che l’esercito di Assad spara contro i civili e sapendo che almeno una parte di questi “civili” è costituita da bande di criminali.

Quello che mi domando è: possibile che in una situazione così complessa la ragione e la verità stiano tutte da una parte sola? Mi piacerebbe sentire o leggere qualche notizia discordante, possibilmente verificata. La cosa mi interessa perché anche la Siria è Terra Santa.

Nella foto: Knayeh (Siria), convento di San Giuseppe

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Post Scriptum
Confusi dal titolo, alcuni amici hanno equivocato questo blog, accusandomi di sostenere una posizione pro Assad: valga per tutti la risposta che ho dato ad uno di loro, qui di seguito.

Caro amico, ti invito a leggere meglio il mio blog. Il titolo “Forza Assad” l’ho scritto per attirare l’attenzione (essendo un titolo) e correttamente si riferisce non alla mia opinione, ma alla posizione pro-Assad dei cristiani siriani fino a un mese e mezzo fa, forse due. Può darsi che adesso abbiano cambiato opinione. Il punto del mio articolo non era sulla politica pro o contro Assad, ma sulla comunicazione: partendo da mie fonti dirette e diverse fra di loro, che risultavano così discordanti rispetto all’informazione che veniva passata in occidente, mi domandavo se quella informazione non fosse veicolata da agenzie controllate da paesi che hanno interesse a manipolarle per i loro interessi, in primo luogo Qatar e Arabia Saudita (che infatti dieci giorni fa ha abbandonato la conferenza di Tunisi perché le potenze internazionali non intendevano prendere in considerazione un intervento armato). Il mio era un invito a controllare le fonti delle informazioni; ma siccome questo non è sempre possibile, si dovrebbe –per prudenza epistemologica- trattarle col beneficio del dubbio e almeno sospendere il giudizio. E a valutare caso per caso. Che l’esercito di Assad stia bombardando Homs possiamo considerarlo un dato assodato (ci sono le immagini); ma che spari ovunque e indistintamente sulla popolazione -come tu asserisci- è più difficile da dimostrare o da mostrare e dunque da credere (anche se è possibile, data la natura abominevole della guerra). La comunicazione ormai viene usata come arma non convenzionale, per cui diventa fondamentale sapere da che parte l’informazione viene “sparata”.

Auguri di Terra Santa

Auguri, auguri, auguri. Di Buon Natale, che è già passato (“e non sono ritornato; ma la miseria sa cos’è l’amor: resto qua”: cit. da Vinicio). E di Buon Anno. Il mio è iniziato malissimo: ho perso tutta la posta dell’anno scorso che avevo salvato in una cartella di Outlook. La ghè pü. Praticamente è un mese che non aggiorno il blog, ma sun tropp ciapàa: per darvi un’idea, ho anche saltato il pranzo di Natale perché dovevo scrivere la cronaca sul Natale del Patriarca a Betlemme (se la volete leggere è su http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=18786&Pagina=1 ).

 Auguri. Non è una ripetizione, ma un titolo: parleremo di auguri, gli Auguri in Terra Santa. Non quelli che si scambiano tra amici, ma quelli istituzionali, che sono molto interessanti. In un luogo così denso di conflitti manifesti e latenti, anche il solo incontrarsi è già di per sé un segno di buona volontà e di pace. I primi e più inaspettati, in quanto non previsti da alcun protocollo, sono stati quelli del presidente dello Stato di Israele Shimon Peres, che ha voluto farli di persona ai cristiani locali (qualche giorno dopo ha fatto anche quelli istituzionali previsti ai vari capi delle comunità). Quello che per molti è un concetto univoco (“cristiani”), però qui a livello organizzativo comporta una non facile “reductio ad unum”, perché qui i cristiani sono armeni, armeno-cattolici, greco-ortossi, melkiti, latini (cioè noi), siriaci, siriaco-cattolici, copti, maroniti, anglicani e protestanti di diverse tribù (e adesso per questa ironia mi arriverà la mail di protesta di qualche protestante, che in questo caso ha ragione di protestare). E tutti insieme fanno l’1% della popolazione. Quanti mesi prima si sarà dovuto muovere il segretario di Peres per invitare tutti e –soprattutto– per capire chi invitare, anzi, da chi farsi invitare in modo che ci siano tutti? E quante telefonate avrà fatto? Ve lo dico subito: una sola telefonata dieci giorni prima. Come è stato possibile ciò? Perché da ottocento anni da queste parti c’è una figura istituzionale che conosce tutti e si relaziona con tutti: il Custode di Terra Santa, il quale ha chiamato il parroco francescano di Giaffa (Tel Aviv) che ha invitato i parroci delle altre confessioni cristiane e la cosa si è fatta (c’è il video del Franciscan Media Center su http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=18802&Pagina=1 ).
Invece Abu Mazen, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’abbiamo invitato noi. È una bella consuetudine che si ripete per la cena che precede la messa di mezzanotte a Betlemme, alla quale Abu Mazen -come Arafat prima di lui- sempre partecipa. Prima si faceva nel nostro refettorio e ci stavamo tutti, ma adesso che è cresciuta l’importanza della Palestina e la statura politica del suo Presidente, è aumentato anche il seguito di ministri, guardie del corpo e diplomatici esteri, per cui ci rechiamo nella sala da pranzo di Casa Nova, la pensione per pellegrini annessa al convento.
Tralascio gli auguri a Gerusalemme della Polizia (“come è stato il movimento dei pellegrini durante la primavera araba?”), dell’Esercito (“avete avuto qualche problema al check point quest’anno?”) e del sindaco (“l’avete poi fatto quel parcheggio …?”).

Il 27 dicembre è il giorno ufficiale degli auguri di Natale che le principali chiese (di cui sopra) vengono a porgerci nel nostro convento di San Salvatore. Arrivano in processione con i loro patriarchi dalle 8.30 del mattino (al pomeriggio sarà invece il turno del Patriarca Latino e del Nunzio/Delegato Apostolico). Il clima è cordiale, ma il cerimoniale è rigido: 1) il Patriarca saluta il Custode e i frati e augura un Santo Natale di Pace; 2) il Custode ringrazia il Patriarca ed augura alla sua comunità un Santo Natale di Pace; 3) alcuni frati servono liquori e dolci ai loro ospiti, mentre altri cantano canzoni di Natale; 4) misurate conversazioni informali; 5) i frati servono il caffè, che è l’atto ufficiale conclusivo; 6) dopo il caffè i saluti, con ordinate strette di mano: che sia un Santo Natale di Pace. Il giorno dopo c’è stata l’altrettanto protocollare ramazzata di Betlemme, con scope in cielo e spazzoloni sulla terra (anzi, sulla testa). Ma non c’è problema: a gennaio, dopo il Natale degli ortodossi, tutti si recheranno a fare gli auguri a tutti. E finché si berrà il caffè insieme sarà ecumenismo.

 

Attraverso il muro: il particolare inizio di Avvento a Gerusalemme e Betlemme

In tutto il mondo cattolico la preparazione al Natale inizia con la prima domenica di Avvento. A Gerusalemme e Betlemme, invece, di fatto questa gioiosa attesa è segnata da un evento solenne per la comunità locale: l’ingresso del Custode di Terra Santa a Betlemme per la festa di Santa Caterina di Alessandria il 25 novembre, accolto dalle autorità civili e religiose della città e dalle bande –in senso musicale- degli scout. Però quando la festa è prossima alla prima domenica di Avvento, l’ingresso viene posticipato al sabato per ragioni pastorali, e così la festa coincide con l’inizio dell’Avvento.
Santa Caterina di Alessandria, vergine e martire, la cui venerazione era variamente presente anche nella devozione popolare lombarda (ricordate la canzone? “La santa Caterina -biribim biribim bimbum- era figlia di un re – eeh eeh) è la santa titolare della chiesa, della parrocchia e del convento della Custodia di Terra Santa presso la Basilica della Natività a Betlemme.
L’ingresso del Custode di Terra Santa – o anche del Patriarca Latino quando tocca a lui – è molto ritualizzata. È interessante vedere come la situazione geopolitica di questo paese si inserisca anche nel cerimoniale. In Italia, quando il vescovo deve andare in visita a una sua parrocchia, prende la macchina e arriva. Qui la cosa non è così semplice, anche solo per il fatto che a un certo punto la strada per Betlemme è sbarrata da un muro di otto metri militarizzato che segna un confine conflittuale: di qua Israele, di là la Palestina.
Al mattino il Custode riceve i notabili della parrocchia di Gerusalemme nella “Sala del divano” del convento di San Salvatore. Dopo il saluto e il discorso del mukhtar e la risposta del Custode (vedi il mio articolo su http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=18432&Pagina=1) i parrocchiani accompagnano il Custode a Betlemme e si forma un corteo di auto scortato dalla polizia israeliana. Il corteo fa una sosta davanti al monastero greco-ortodosso di Mar Elias, che segna il confine della parrocchia di Gerusalemme e l’inizio di quella di Bet Jala (che dunque oggi è un pezzo al di qua e uno al di là del muro). Qui attendono i notabili e le autorità della parrocchia e del comune di Bet Jala e Bet Sahour, che vengono ad accogliere il Custode: solo in occasione di queste cerimonie è consentito alle auto con la targa verde palestinese di entrare in territorio israeliano. Poi il corteo riparte, però secondo l’antico percorso, più accidentato rispetto alla strada nuova: in Terra Santa bisogna fare le cose come sempre sono state fatte, e le autorità –che siano ottomane, inglesi, giordane, israeliane o palestinesi– si adeguano per non avere ulteriori beghe da risolvere. Arriviamo al muro; non il solito ingresso presidiato che tutti i pellegrini hanno sperimentato, ma un ingresso riservato. Al di là del muro ci sono …. due muri e poi un altro cancello. Qui assisto ad una scena bellissima, di perfetto clima natalizio: al cancello ci sono quattro guardie di frontiera, due israeliane e due palestinesi, spalla a spalla. Passata la macchina del Custode incominciano a ridere; poi si stringono la mano, si salutano e il cancello si richiude. Purtroppo non ho avuto la prontezza di scattare una foto (io ero sulla macchina dietro a quella del Custode). Siamo già a Betlemme,ma c’è ancora una postazione dell’esercito israeliano; qualche metro dopo arrivano le forze di sicurezza palestinesi, che ci scortano verso la basilica mentre la gente ci saluta dai marciapiedi. Arrivati nella piazza principale il custode riceve gli onori e fa il suo ingresso prima in basilica e poi nella chiesa di Santa Caterina per l’inizio delle celebrazioni. Anche l’ingresso in convento è ritualizzato, addirittura fino all’ingresso del Custode nella sua camera in convento. A pomeriggio, durante i vespri solenni si scende nella grotta dove è nato Gesù. Tutto questo lo potete vedere più ampiamente sul sito della Custodia, articolo, foto e video.

http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=18484&Pagina=1
http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=18498&Pagina=1

 

Devozione e inculturazione in Israele

In India i cristiani costituiscono l’1% della popolazione, ma in Israele i cristiani indiani rappresentano il 90% dei loro connazionali e sono quasi tutti cattolici. Hanno scelto di emigrare qui esattamente per il fatto che questa è la Terra di Gesù, la Terra Santa. E così la Custodia di Terra Santa (che è la provincia ecclesiastica internazionale dei Frati Minori fin dal 1200) gli ha messo a disposizione come cappellani dei frati indiani. Gli indiani sono un esempio di fede e di devozione per tutti. Sabato 10 settembre hanno organizzato a Tel Aviv-Giaffa una processione dalla Chiesa di San Pietro (quella che domina tutta la città) alla chiesa di S.Antonio in occasione della festa della Natività di Maria. Erano più di duemila: considerando che in totale sono 5000, ha partecipato quasi la metà della loro popolazione. Per maggiori informazioni rimando all’articolo e al video sul sito della Custodia . Qui attraggo la vostra attenzione sull’opera di inculturazione effettuata: la stella che vedete dietro la Madonna non è la stella cometa ma la cosiddetta “stella di Davide” (in realtà in ebraico sarebbe “scudo di Davide”), che è il simbolo dello stato di Israele; hanno dimenticato una punta, ma fa niente.
http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=15373&Pagina=1
http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=15408

Il colmo calcistico di Israele

Sai qual è il colmo (calcistico) per Isreale?

Il 23 agosto sono stati giocati i preliminari di Champions tra Maccabi Haifa (Israele) contro Gent (Belgio). Finisce ai rigori. I tiri degli israeliani vanno a sbattere contro il muro innalzato dal secondo portiere dei Belgi, László Köteles (pronuncia Kotel), che ne para due e fa vincere la sua squadra.

Ironia della sorte: Kotel è il nome ebraico del Muro del Pianto.

Come avrebbero potuto perforarlo? Con quale spirito i giocatori israeliani si saranno recati sul dischetto? Non a caso l’unica loro realizzazione dagli 11 metri è stata merito di un negretto riccioluto, tale Talb Twatha, nato in Israele nel 92, ma di sicuro non da famiglia Ahskenazita.

Vadavia a l’organ

L'organo di San Salvatore a Gerusalemme

Io sono un frate di quelli che non dicono messa, per cui faccio tanti altri lavori, come quello di co-dirigere una scuola di musica classica, unica per genere e problematiche, con il 70% di insegnanti Israeliani e l’80% di studenti Palestinesi a Gerusalemme Est, città contesa appunto tra israeliani e palestinesi. In questo periodo sono molto occupato, con un sacco di scadenze e impegni che mi assorbono completamente nel mio particolare. Tuttavia anche i dettagli in questa terra subiscono a volte gli influssi della situazione politica, specialmente a Gerusalemme. Eccone un esempio.

Tra le altre cose, nel mese di ottobre organizzo una rassegna organistica internazionale (ANCORA SENZA SPONSOR, per chi fosse interessato). Siccome uno degli obbiettivi della mia scuola è quello di diffondere la musica classica occidentale nel contesto della società araba, storicamente meno interessata a questo tipo di repertorio, decido di mettere la pubblicità sul quotidiano arabo più diffuso, che si chiama Al-Quds (Al-Quds è il nome arabo di Gerusalemme). Voglio fare un bel lancio, perché a inaugurare la stagione ho messo un giovane musicista palestinese di origine armena, Haig Vosguerichtian, che è anche il nostro primo diplomato, ora musicista professionista. Haig ha iniziato a studiare pianoforte e organo da noi al Magnificat Institute (la scuola di musica della Custodia di Terra Santa, appunto), poi l’abbiamo mandato a laurearsi al Conservatorio di Vicenza –con il quale abbiamo una convenzione- e adesso insegna da noi ed è organista titolare della Basilica dell’Annunciazione di Nazaret. Con lui incomincia a realizzarsi la scommessa di P. Armando Pierucci, il fondatore della scuola, organista del Santo Sepolcro e primo maestro di Haig: dimostrare che la musica non serve solo a creare socialità e cultura, ma anche posti di lavoro. Metto allora una bella pubblicità con una bella foto e, già che ci sono, aggiungo in piccolo anche le altre date della rassegna con il nome dell’organista e la provenienza; Fagiani viene dall’Italia, De Pol dalla Germania.

Ma il problema è proprio la provenienza. Ho in cartellone un palestinese armeno di Gerusalemme Est (Haig) e un ebreo israeliano emigrato in Galilea dall’Ucraina (Krasnovski). Se metto Israele per tutti e due Haig non suona, perché per lui (come per quasi tutti gli stati rappresentati alle Nazioni Unite) Gerusalemme Est non è Israele e di sicuro lui non si sente Israeliano; se metto Palestina, la pubblicità di un concerto si trasforma in dichiarazione politica e questo potrebbe avere qualche ripercussione sulla Custodia di Terra Santa, ma soprattutto –per l’evento che ora mi interessa- sul Jerusalem Post (il più diffuso quotidiano ebraico), che mi toglierebbe probabilmente l’ospitalità gratuita dall’agenda degli spettacoli. Allora metto Gerusalemme, che così ognuno l’intende a modo suo e tutti sono contenti. Per omogeneità, all’organista israeliano tolgo la provenienza statale e metto anche a lui quella cittadina: Carmiel, un paesello del nord della Galilea non distante da Nazaret.

Mi telefona la ragazza che mi fa da ufficio stampa per la lingua araba:
“Abuna Riccardo, c’è un problema”.
“Che problema?”.
“Non posso fare la pubblicità a uno di Carmiel, perché è un insediamento israeliano”.
E io ribatto: “Ma che Acaz dici? (Acaz è l’antico re d’Israele che ebbe a che fare col profeta Isaia): tutta la Galilea è israeliana, nessuno ne fa più questione, nemmeno gli arabi che vivono lì e che sono cittadini israeliani. E poi Krasnovski non è mica la prima volta che suona a Gerusalemme Est e nessuno ha mai protestato!”.
E lei: “Sì, ma io sono di Ramallah (la Milano palestinese, per intenderci) e faccio parte di un gruppo anticollaborazionista che boicotta la cultura israeliana, per cui questa pubblicità non mi sento di farla”.
“Ma vadavia a l’organ!”, volevo dirle per stare in tema; invece prendo tempo. Ma di tempo ce n’è poco e devo risolvere ‘sta faccenda. Si tratta solo di mettere una pubblicità a pagamento per una rassegna di organo e mi trovo tra i piedi un intrigo politico, perlomeno quello nella mente della mia PR pasionaria. Decido: per la provenienza di Krasnovski metto Ucraina sulla stampa palestinese e lascio Carmiel su quella israeliana. Ma sì … così aggiungo anche un tocco di internazionalità in più. Comunque quando la Palestina da entità geografica diventerà entità politica, mi facciano sapere, tanto per non rompersi i viburni. (A sproposito: è vero che la Brianza è diventata Provincia?).