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Brasile, il gigante del Sudamerica al voto

Domenica il ballottaggio fra Lula e Geraldo Alckmin: Giuseppe Tosi, bustocco e professore universitario in Brasile, ci racconta il suo Paese d'adozione fra drammi quotidiani e speranze per il futuro

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Brasile: un nome che evoca scenari da fiaba e da incubo insieme. Un grande Paese che domenica 29 ottobre tornerà alle urne per il ballottaggio delle elezioni presidenziali, che vedono di fronte il presidente ex operaio e sindacalista Luis Inacio Lula da Silva, del Partido dos Trabalhadores, e il rivale socialdemocratico (centro-destra, in realtà), Geraldo Alckmin. Per avere impressioni di prima mano sul "gigante del Sudamerica" ci rivolgiamo a chi il Brasile lo conosce bene: Giuseppe Tosi (foto in basso), professore di filosofia politica all'Università Federale di Paraiba e attivo con il Centro studi per i diritti umani, vive in terra brasiliana da ormai 25 anni. Attualmente è a Busto in permesso, per una collaborazione con un'università italiana.

Tutto è terribilmente complesso in Brasile, ma Tosi è cautamente ottimista sia sul piano politico (è sostenitore di Lula) che su quello sociale, dove cominciano ad intravedersi fattori di cambiamento. "Il problema più grave del Paese resta la violenza diffusa, in particolare nelle periferie urbane" ripete. Il paradosso è che la violenza politica è praticamente assente, mentre ogni anni fino a 40-50.000 persone, giovani e giovanissimi, molti addirittura bambini, restano uccise in sanguinose faide fra bande ed esecuzioni extragiudiziali. "Questa terribile violenza è nata negli ultimi vent'anni a causa dell'esplosione delle periferie, della totale disgregazione delle famiglie in quegli ambienti, e della penetrazione della droga" spiega Tosi. Il tutto in un Paese che vede la fascia di età fra i 18 e i 24 anni letteralmente falcidiata dalla combinazione di morti violente e incidenti stradali. In un Paese in cui la pena massima è di 30 anni di carcere (l'ergastolo è stato abolito), non mancano tuttora gli squadroni della morte formati da poliziotti che per arrotondare ammazzano medi e piccoli trafficanti o ladruncoli - bambini inclusi - su mandato di altri delinquenti o di commercianti esasperati da aggressioni e rapine. La corruzione è comune, e i "pezzi grossi" della mala non cadono mai in questi agguati: anche in carcere continuano a comandare e distribuire regali ai più compiacenti. Vi sono poi le rappresaglie della polizia per vendicare i compagni caduti in servizio (centinaia ogni anno); raid improvvisi e violenti nelle favelas più misere, che lasciano sul terreno chi c'entra e chi no. E quest'anno la situazione è giunta ad un'autentica insurrezione nelle periferie di San Paolo del Brasile, dove il Primo Comando della Capitale, un'organizzazione criminale, ha scatenato una rivolta armata dopo il trasferimento di 600 detenuti "in vista" in carceri federali di massima sicurezza. Risultato, oltre 150 morti (e forse più), tra cui una ventina di poliziotti. E proprio a questi ultimi Tosi ed altri hanno il poco invidiabile compito di insegnare il rispetto dei diritti umani - "che sono di tutti, non solo di chi ai loro occhi se li meriterebbe" aggiunge. Un bel passo avanti rispetto a quando i militari seguivano i corsi di tortura applicata, durante la dittatura (1964-1985); ma se allora era il "comunista" di turno a fare da cavia urlante, oggi tocca ai poveri diavoli delle favelas, ogni giorno. E fa meno notizia, ma altrettanto male.

Il governo Lula ha cercato di uniformare (e civilizzare) l'azione preventiva, formativa e repressiva. Le polizie sono in gran parte in mano ai singoli Stati federali, sovente governati dalle opposizioni di destra; fa eccezione la polizia federale, sorta di incrocio fra l'FBI e la nostra Guardia di Finanza, di cui si è recentemente potenziato il ruolo per combattere criminalità e corruzione, anche in relazione ai recenti scandali politici. "Questi ultimi" spiega Tosi "sono stati sapientemente 'montati' dai media, tv e giornali, tutti contrari a Lula. Si è trattato, più che di corruzione individuale di parlamentari, di pagamenti sottobanco di debiti dei partiti minori in cambio del loro appoggio: poi, non appena l'inchiesta è apparsa allargarsi a toccare l'opposizione di destra, si è cominciato a insabbiare". Passati due anni, infatti, la magistratura non ha incriminato nessuno, ed è una commissione parlamentare a indagare... su se stessa. La controffensiva lulista è stata affidata ai blog, nati come funghi per sostenre il presidente nel momento più difficile e porre un argine all'isteria della denuncia da parte dei media ostili.

La politica del primo governo Lula ha lasciato molti insoddisfatti. Le attese erano tante, ma Lula ha preferito agire con cautela, spiega Tosi, con una politica economica mirata a contenere il debito pubblico, domare l'inflazione (un successo senza precedenti: 3%, oggi), pagare i debiti con il Fondo Monetario Internazionale (estinti), e nel contempo ad attirare capitale con tassi di interesse altissimi. Accanto a queste misure di austerità, che hanno causato una crescita lenta, Lula ha implementato misure per aumentare il salario minimo (che era di 100-120 euro al mese), favorire il microcredito e calare le tasse sui generi di prima necessità. Ma soprattutto il governo di Lula ha varato il noto programma Fame Zero, molto criticato all'avvio ma oggi apprezzato da tutti. In cambio di talune garanzie, come la frequenza scolastica dei bambini, i capifamiglia poveri (circa 11 milioni, perlopiù donne) ricevono una cifra mensile modesta (sui 30 euro) da spendere a propria discrezione: "e l'effetto nelle zone più povere del Nordeste è stato positivo" commenta Tosi: non poche famiglie hanno potuto così uscire dalla miseria più nera e guardare al futuro con un minimo di speranza.

"Il difficile è dare continuità per il futuro a queste misure, creare il circolo virtuoso che faccia uscire i poveri dalla dipendenza". Per questo servono le grandi riforme: e qui il governo Lula ha toppato in pieno, le ali tarpate dalla mancanza di un sufficiente appoggio in un Parlamento estremamente frammentato, causando fra l'altro la fuoriuscita indignata dal suo governo dell'estrema sinistra. "Servono la riforma agraria, finora portata avanti solo molto parzialmente, fra una ridda di problemi; quella del fisco, che vede sperequazioni enormi, così come stipendi e pensioni dei dipendenti fra pubblico - privilegiato - e privato; infine quella politica, per legare ogni parlamentare al partito con cui è stato eletto e farlo decadere in caso di cambi di casacca" continua il professore bustocco-brasiliano.

Al primo turno Lula non ha vinto per il voltafaccia dell'estrema sinistra, che ha invitato a non votare, e per un nuovo scandalo, assai ingarbugliato. Alcune persone vicine al PT avrebbero voluto acquistare un dossier che incastrava un ex ministro fuoriuscito dal governo (per vicende peraltro già note ai media). L'indagine, racconta Giuseppe Tosi, è stata venduta alla stampa il giorno prima del voto da un poliziotto fazioso che voleva, parole sue, "fottere Lula".
Lo sfidante di Lula, Geraldo Alckmin, fa parte dell'Opus Dei e come governatore dello Stato di San Paolo si è fatto fama di amministratore onesto: la sua campagna, aggressiva, è tutta sulla questione morale dopo gli scandali. Questi dovevano sotterrare il partito di Lula, che invece ha tenuto saldamente al voto di due settimane fa. La stampa e la tv sono tutte per lo sfidante, ma, riferisce Tosi, i sondaggi danno Lula in vantaggio incolmabile. "Se rivince, però, questa volta dovrà fare le riforme, non si scappa. Se necessario si creerà un'alleanza organica fra il PT e il PMDB (Movimento Democratico Brasiliano, centrista ma con gruppi ex.marxisti), ma indietro non si torna, perchè ormai si sono ormai poste le basi per un cambiamento durevole del Paese". Obrigado, professore.
27/10/2006
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