Sei in: VareseNews / Busto Arsizio / La Giöbia dai Liguri antichi al Duemila - 25/01/2007
 
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Busto Arsizio

La Giöbia dai Liguri antichi al Duemila

Un po' di storia per una tradizione dalle radici antichissime, volta ad allontanare i mali dell'inverno
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La Giöbia che oggi, ultimo giovedì di gennaio, si andrà a bruciare in piazze e cortili di Busto, ha alle spalle una storia antichissima. La sua è una vicenda talmente antica che anche andare a cercarne le prime testimonianze scritte serve a poco: è stata per millenni un'abitudine ritualizzata delle popolazioni che abitavano questa zona, tramandata di generazione in generazione. Una sorta di esorcismo dell'inverno, nel suo momento più crudo, quando la natura è (era, dobbiamo dire ormai) spoglia ed aspra, e si pativano gelo e fame. A condurci per mano in un passato ora lontanissimo, ora assai vicino è Luigi Giavini (foto in basso), massimo esperto cittadino di tradizioni e storia locale, in ambito sociale, linguistico ed economico-industriale.

«In principio erano i Liguri» sostiene Giavini, «quelli grazie ai quali ancora oggi il dialetto bustocco, a differenza del bosino e del milanese, si mangia le “r” tra le vocali (come accade, per l'appunto, in ligure) ed è ricco di “u” in fondo alle parole». Fu tra quelle popolazioni ancora semibarbare, che vivevano cacciando, raccogliendo e praticando un'agricoltura povera in spazi sottratti ai boschi con il fuoco (i “busti”, ossia “bruciati”: Busto Arsizio, Busto Garolfo, Busto Cava-->Buscate, ecc...), che nacque con ogni probabilità il rito della Giöbia - «meglio scriverla con la dieresi sulla “o”» precisa Giavini. «Si brucia un fantoccio di aspetto femminile perché quella ligure antica, pre-celtica, era una società largamente imperniata sul matriarcato, e che adorava divinità femminili come la Madre Terra o la Luna. Nel cuore dell'inverno, per scacciare il freddo e ridare vigore alla fertilità dei suoli, si “fecondava” la terra con il fuoco purificatore. Agli déi antichi si offrivano sacrifici anche di sangue, che un tempo potevano essere umani (e duole ricordare, in tempi assai più recenti, il destino atroce delle streghe, ultime superstiti di quella cultura pagana e matriarcale, a loro volta vittime di qualcosa definibile come sacrificio umano, ndr), in seguito animali. Ancora oggi il risòtu cun't a lüganiga (riso e salsiccia alla bustocca) ricorda simbolicamente con la sua porzione di carne le interiora dell'animale che si sacrificava alle divinità.

Oggi il risotto è in declino a favore della più pratica polenta e bruscitti, «che però ha poco a che fare con la Giöbia», bacchetta il nostro storico. In tempi antichi il riso non c'era affatto (arrivò per tramite degli Arabi dalla Spagna, nel X secolo, e non si diffuse davvero che nell'Evo Moderno), e lo sostitutiva il farro, cereale pregiato anche per i Romani che vi nutrivano le loro quadrate legioni, portatrici di morte da un lato e di civiltà dall'altro. Una duplicità che ritroviamo nel ritratto di Giano bifronte (divinità di origine etrusca, e qui gli etruschi erano arrivati, prima dei Celti) poi rimpiazzato dal Giove greco-romano che dà il nome al giorno della settimana in cui si brucia la Giöbia, aggiunge Giavini. Il fantoccio, simbolo femminile, brucia in un giorno dedicato alla divinità maschile per eccellenza; ma anche nell'ultimo giovedì di gennaio, giorno "femminile" tradizionalmente chiamato ul dì di scenén. In questo giorno di sabba e di... matriarcato erano le donne a comandare, sottolinea Giavini, mentre gli uomini cantavano filastrocche minacciose e facevano trovare macabre sorprese giù per il camino, ricordo forse di una passata “litigata coniugale” di dimensioni tali da sovvertire una cultura da prevalentemente femminile a maschile. «A testimoniare il prevalere dei legami femminili fino a tempi non così lontani c'è ancora l'uso di trasmettere i soprannomi di famiglia per via femminile» rimarca attento il nostro storico, «come avviene anche in Galizia ed Asturia, terre di tradizione ligure prima e celtica poi, dove molti luoghi e villaggi si chiamano “Busto” - c'è anche una Busquemada, che è esattamente il nome della nosta città in lingua locale».

Tornando al nostro fantoccio in forma femminile e alla “nostra” Busto, in tempi meno avvolti dalle nebbie della storia era uso di ogni famiglia, di ogni cortile, preparare la propria Giöbia. E tutti si arrabattavano con quel che si trovava, dalle cassette di legno a vecchie scope, stracci e spago. Così Giavini, nostra auctoritasPer portare fortuna il fantoccio deve cadere in avanti, così vuole la tradizione. E c'era una vera gara a chi faceva durare di più il fuoco, la Giöbia che durava più a lungo dava prestigio a chi l'aveva costruita. Finito il rogo, sulle braci appena raffreddate si facevano passare gli animali, una sorta di benedizione pagana, poi le ceneri andavano sparse sui campi per fecondarli in vista della ripresa primaverile».

Oggi la tradizione perde qualche colpo. Se Giavini ricorda che il piatto d'onore del dì di scenén è il risòtu cun't a lüganiga e non la polenta con i bruscitti, si vedono anche Giöbie di foggia strana, ma quest'ultimo pensiero non turba il custode della civiltà bustocca. «È buon segno che si facciano fantocci di forme diverse, vuol dire che la tradizione è viva e si adatta ai tempi, restando semre nuova. Io personalmente sono legato alla “vecchia” tradizionale, ma ben vengano gli esperimenti». E se così è, buona Giöbia a tutti, anche ai fuasté di mezzo mondo che l'ultimo giovedì di gennaio, tra roghi e pubbliche sbafate in piazza, si chiedono se i bustocchi non siano improvvisamente ammattiti.

25/01/2007
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