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Cinema

Italiani protagonisti al festival di Locarno

Presentato il primo film nostrano in concorso, “Jimmy della collina” tratto da Lucarelli, e il documentario su Feltrinelli. Applaudita l’ex direttrice Irene Bignardi
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Il più grande dei piccoli festival si era aperto giovedì con una novità molto sottolineata dai media svizzeri: per la prima volta da 14 anni al timone non sedeva più un italiano ma un confederato.

Venerdì 4 agosto l’abilità di Maire e la consueta, programmata, imprevedibilità del più piccolo dei grandi festival ha ridato all’Italia ciò che era dell’Italia, con  un cartellone in grado di sottolineare non solo le migliori qualità del cinema del Bel Paese ma anche la sua capacità di essere presente praticamente in tutti i generi, dalla sperimentazione più azzardata, al film di impegno sociale alla docu – fiction.

Il breve elenco non esaurisce la totalità dei generi cinematografici  esistenti e si rende anche conto che l’Italia non è più, da tempo, il faro del Cinema mondiale che era ai tempi di De Sica, Rossellini, Antonioni o Fellini ma, in un solo giorno di festival, l’impatto delle opere italiane presentate è stato tale da far risorgere l’ottimismo anche negli scettici più agguerriti. (foto: Festival Pedrazzini)

I cortometraggi “La Camera”, “Desalento” e “Dove il marmo è zucchero” (rassegna Play Forward), il lungometraggio “Jimmy della collina” ( Concorso internazionale) e la docu – fiction Feltrinelli (cineasti del presente, fuori concorso, coproduzione Italiana, svizzera, tedesca) hanno formato una piccola parte della ragguardevole mole di proiezioni di qualità di questo venerdì ma hanno comunque reso un’immagine vitale del cinema italiano che ha vissuto così la sua prima giornata di gloria.

Tutto secondo i programmi del nuovo direttore quindi, anche perché l’unico progetto miseramente fallito è stato quello di Irene Bignardi che, recatasi al Festival da semplice spettatrice, ha dovuto rassegnarsi ad essere lungamente applaudita dal pubblico in ciascuna delle sale dove ha provato a recarsi.

E la sua ritrosia è stata vinta infine pochi istanti prima dell’anteprima internazionale di Jimmy della Collina (dall’omonimo romanzo di Massimo Carlotto) quando il pressante invito del suo successore l’ha convinta ad alzarsi in piedi per raccogliere l’omaggio del pubblico, e facendo così dell’opera prima di Enrico Pau, l’unico film ad essere presentato da due direttori.

Oltre alla pagina italiana comunque il festival di oggi ha proposto ben cinque opere nella rassegna dedicata al cinema catalano, fra i quali merita una nota particolare il già celebrato “la case de mi abuela” ( la casa di mia nonna) di Adan Aliaga, del 2005, buon successo di pubblico nella scorsa fine stagione, non ancora distribuito in Italia.

Anche la retrospettiva sull’outsider finlandese Kaurismaki ha continuato ad alternare film del regista a classici da lui scelti e documentari sul suo cinema mentre la serata in Piazza grande ha proposto una curiosa miscela di cinema svizzero (die Herbstzeitlosen, di Bettina Oberli) cortometraggio d’autore (Rachel di F.Mermoud, Francia/CH, 2006) e il docu – musical, se la definizione è lecita Neil Young: Heart of Gold, molto atteso dai fan del cantante canadese.

Nel frattempo la stampa confederata da conto di dubbi sul festival, legati soprattutto alle risorse finanziarie sempre a rischio, ma anche a grandi progetti per il suo rilancio; il 31 luglio il presidente Marco solari e il sindaco di Locarno Carla Speziali avevano chiesto l’impegno finanziario della Confederazione per un grande progetto di sviluppo comprendente anche la realizzazione di un multisala del festival da materializzare in una torre di 70 metri da stagliare nel cielo sopra il Verbano e grande abbastanza da ospitare otto sale cinematografiche.

Il progetto è concreto ma ancora mancano i riscontri e le risorse, in questo senso molte speranze sono affidate alla tradizionale visita al festival del Presidente in carica della Confederazione Elvetica, il socialista Moritz Leuenberger  giunto in serata a Locarno, e chi conosce l’intelligenza e la grande cultura per cui l’avvocato zurighese è noto non esclude interessanti novità.

Focus sui lavori italiani presentati venerdì 4 agosto

“Jimmy della collina”di Enrico Pau, Italia 2006, porta sullo schermo l’omonimo romanzo di Massimo Carlotto, trasferendo l’ambientazione dal Veneto industriale a una Sardegna finalmente libera dai soliti cliché a base di turismo e pastorizia.

“Difficile parlarvi del mio film prima che lo abbiate visto, voglio solo dirvi che realizzarlo è stata per noi tutti una grande emozione, mi dirò soddisfatto se anche solo una parte di tale emozione sarà trasmessa agli spettatori del film”, l’augurio pronunciato dal regista prima della proiezione si è felicemente realizzato nella sala dell’auditorium FEVI che ha salutato il finale aperto dell’opera con un caloroso applauso.

Il film getta uno sguardo nel mondo carcerario minorile, senza presunzioni sociologiche o politiche, focalizzandosi piuttosto sul dramma umano del protagonista, anche lui come i protagonisti di molti altri film visti in questi giorni, in cerca di identità.

Jimmy in fondo non ha infatti nemmeno un nome visto che le ragioni del suo soprannome non vengono mai chiarite, è solo un giovane come tanti altri che fatica a trovare il suo posto nel mondo, combattuto da una frustrazione bruciante, alimentata da visioni adolescenziali e speranze inarrivabili.

Con grande efficacia Pau rende conto della facilità con cui il sogno si trasforma in incubo, il Messico diviene il carcere minorile di Quartuccio, la forza trascinante del giovane e il suo carisma apparente naufragano nella debolezza di un adolescente.

Jimmy si fida immancabilmente delle persone sbagliate, non sa vedere l’amore che gli si offre, crede di fregare il mondo che lo circonda ma è tradito dalla sua ingenuità, la situazione carceraria che lo circonda sembra veramente fra le migliori possibili, persino i delinquenti abituali con divide la cella non sono poi i peggiori del mondo, ma proprio questa fortuna sembra spingerlo nell’amarezza e nella ribellione.

Il dramma è senza via di uscita proprio perché nasce dall’interno della vittima, da un’anima resa inquieta da una società dove pensa di non trovare posto.

Un bel film che, forse, non potrà aspirare al Pardo ma che può concorrere certamente al “pardino” per l’interpretazione,  ottimi in particolare Valentina Carnelluti e Francesco Origo (jimmy).

Feltrinelli

Quale Kolossal potrebbe enumerare un cast formato da Fidel Castro, Che Guevara, Amos Oz , Mario Soldati, Giangiacomo, Carlo e Inge Feltrinelli?

Ovviamente nessuno, ma un documentario che pesca tra immagini d’archivio pescate in oltre 40 anni di storia ha certamente questa opportunità.

Feltrinelli è una docu fiction che prende le mosse da uno dei più bui misteri italiani, la morte mai del tutto chiarita dell’editore anarchico Giangiacomo Feltrinelli, mistero inserito però nel contesto più ampio della storia di una delle più ricche famiglie d’Italia e della nascita di un’impresa culturale da sempre innovativa nel panorama italiano.

Il film ricostruisce in modo dettagliato la vicenda tragica della morte dell’editore, senza prendere chiaramente posizione tra le due tesi possibili lasciando però trasparire un certo scetticismo su quella ufficiale ( morte accidentale nel tentativo di perpetrare un attentato) e avvalorando quindi indirettamente la tesi di un omicidio politico attribuibile all’estrema destra.

Il titolo di lavorazione del film era pero “il mestiere di fare libri” quindi ecco prepotentemente entrare in scena la vita dell’azienda, i suoi autori, gli editori, le scelte culturali ed economiche ricostruite in brillanti sequenze che accostano i filmati d’epoca che ritraggono il fondatore impegnato a conciliare la rivoluzione con la gestione di una grande impresa e i filmati di oggi in cui alcuni dei grandi autori della Feltrinelli si mostrano di fronte alle telecamere mentre lavorano per scrivere, commentare o vendere le proprie opere.

C’è così spazio per una divertente conversazione tra Giorgio Bocca e Carlo Feltrinelli e per qualche scena decisamente umoristica ( una giovane autrice al telefono con la madre dice: “faccio un po’ tardi, sono qui con Carlo, Giorgio e, indovina… Amos OZ… be’ non so spiegare… ma guarda che è famoso, tanto…”)

Concludiamo questa breve sintesi con due consigli: quello ai lettori è di cercare di vedere il film, quello a registi e produttori di film è più difficile da spiegare, ci limitiamo a sottolineare che Amos Oz di fronte alla cinepresa sembra trovarsi estremamente a suo agio…

5/08/2006
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