Caro Direttore,
ho letto la notizia del padre di Gornate Olona che ha ucciso la moglie e i due figli e si è tolto la vita. Provo dolore, un po’ di “imbarazzo” e tanta rabbia nel leggere la notizia di questa famiglia distrutta nel terribile momento di una separazione. Dico questo, non per facile moralismo, ma perché da quel tunnel io sono riuscito ad uscire; loro purtroppo no.
E sfortunatamente nel loro dramma e quello delle loro famiglie ci sono solo loro e la loro desolante solitudine e disperazione.
Voglio, forse inopportunamente, cogliere questa tragica occasione per segnalare che questo lutto che oggi tocca la nostra provincia, quotidianamente purtroppo si ripete nelle forme più terribili su e giù per la nazione. E non si può considerare un caso che gli omicidi e i suicidi in corso di separazione avvengano quasi esclusivamente per mano maschile.
Ci tengo però a precisare che nulla so del grave lutto che ha colpito questa famiglia e nessun giudizio mi permetto di dare sulle persone che ne sono state coinvolte. La mia constatazione vorrebbe stare al di fuori delle tragedie nello specifico. Ma segnalo a tutti che nell’ultima settimana, leggendo le cronache nazionali, ho notato che sono già 8 le persone decedute in maniera violenta in corso di separazione. Facciamo qualcosa!
Ogni volta che leggo queste notizie vorrei scrivere a qualcuno per dire: "è ora che la società civile reagisca e cerchi di trovare delle soluzioni a questo dramma collettivo". Perché le soluzioni a molti di questi drammi ci sono e sono qui davanti ai nostri occhi.
Per prima cosa basta, bisogna smetterla col definire queste tragedie come "follia omicida" o "dramma della gelosia". Per carità, esisteranno anche circostanze così definibili. Ma sono la rarità. Queste formulette servono solo a sollevare, tutti noi, dalla responsabilità dell’essere ignari spettatori di un pericoloso spettacolo che un sistema, in apparenza coerente e logico – quello della separazione giuridica – attua quotidianamente dentro e fuori dai tribunali. Sbattere una persona onesta ed “in crisi” di fronte ad un giudice che sa già che prenderà decisioni che stravolgeranno la sua vita più ancora di quello che sta determinando la separazione dal coniuge potrebbe avere delle conseguenze imprevedibili. Anzi troppo frequentemente prevedibili: gesti estremi di una persona disperata.
Ormai ci si è abituati a considerare (quasi divertiti) il fatto che da una separazione ci sarà un marito che ne uscirà un poco bastonato e una moglie vincitrice del superenalotto.
Questo fatto però ha spesso un effetto devastante sul marito. Perché alla situazione di crisi in cui è entrato a causa della separazione dalle certezze della sua famiglia si associano le privazioni che vede cadergli addosso dai meccanismi della “legge”, dalle affermazioni degli uomini di legge e dall’atteggiamento di sfida che regolarmente si instaura tra i coniugi.
Così il povero marito comincia progressivamente a diventare esperto negativo di “diritto di famiglia” e di tutte le strade che progressivamente vede chiudersi davanti. Diventa esperto allucinato delle vie giuridiche alla sua spoliazione e privazione di dignità - così almeno la vive lui.
E ora dirò cose che mi sono accadute come marito-padre in separazione per far comprendere. Egli troverà famigliari e amici che lo avviseranno di cosa gli capiterà, avvocati che sconsolatamente si informeranno sul suo reddito per fargli sapere a quanto potrà ammontare la decurtazione del suo stipendio, la moglie che in uno dei tanti litigi di quel periodo gli dirà “tanto tu non lo sai ma io ti sbatto fuori da casa tua, i figli non li vedi più, e per finire ti caverò anche le mutande di dosso”. Quest’uomo, se non scoppia “la follia omicida” o il “dramma della gelosia” in uno di quei momenti, riuscirà ad arrivare davanti ad un giudice (il più delle volte frettoloso ma potrebbe anche non esserlo che le cose non cambiano) che, dopo valutazioni profonde e un gran ragionamento ponderato, confermerà tutto quello che gli era stato predetto da tutti e sintetizzato dalla frase della moglie.
E pensare che, noi, a Varese abbiamo avuto anche la dimenticata esperienza di un marito che ha deciso di uccidere la moglie davanti al giudice in un’aula di tribunale, come gesto estremo di denuncia della sua disperazione. E anche in quell’occasione ci siamo messi la testa sotto la sabbia e abbiamo risolto il problema mettendo guardie giurate che perquisiscono quando si entra in tribunale.
Cosa fare allora?
Prima cosa avere il coraggio di ammettere che spesso le separazioni sono al limite per essere un vero dramma. Per questo, bisogna ridurre al minimo quelli che sono i meccanismi che possono innescare conflittualità.
Nella mia “città ideale” (ma ce ne possono essere mille altre) vedo il tribunale lontanissimo e il comune vicinissimo. Vedo messi al margine le figure che possono trarre profitti da queste vicende. Chi si separa dovrebbe andare dal sindaco per separarsi esattamente come aveva fatto per sposarsi. Eventuali diatribe patrimoniali e civili andrebbero affrontate in altra sede. Il sindaco dovrebbe affidare equamente i figli ad entrambe i genitori e, in caso di conflittualità protratta, solo dopo aver attuato tutte le strade di mediazione famigliare (che in piccola e confinata parte esistono) ricorrere come estrema ratio ad un giudice. Che bello, in un solo colpo metteremmo gli psicologi a fare il loro lavoro di ascolto ed aiuto a delle persone che attraversano un periodo difficile della loro vita, e non, all’opposto, a far i periti che redaggono asettiche perizie per giudici che san già cosa sentirsi dire. Basta avvocati… Si può dire? O almeno basta a quegli avvocati che dalla conflittualità tra marito e moglie traggono più cause possibili che frutteranno più parcelle. Basta giudici, obbligati ad affrontare migliaia di “causette del genere” (decine in una mattinata) invece di potersi dedicare a pieno alla risoluzione di cause più importanti.
Ma soprattutto si riuscirebbe ad evitare di far comparire davanti ad un giudice un normale cittadino che della giustizia avrà l’immagine distorta della grande ingiustizia del sentirsi trattato come un malfattore. Perché alla fine se quel marito sarà riuscito a resistere a tutto questo “strano universo legale” gli rimarrà solo l’amara esperienza di essersi sentito truffato e deriso. E questo alle volte porta ad estremi pensieri, lo so.
Cosa possiamo fare in concreto allora?
Discutiamone, confrontiamoci tutti. Non lasciamo in mano questo delicato problema a loro: avvocati familiaristi e giudici. Perché loro la soluzione l’hanno trovata: ma non sembra essere quella giusta. Date un contributo anche voi giornalisti. Parlatene. Si svegli la società civile, questo è il momento per il “J’accuse!”. Lo vediamo tutti, il sistema va riformato. Bisogna parlarne, trovare soluzioni. Portare fuori dalla città dorata giudici e avvocati, metterli di fronte a questi dati impressionanti di lutti familiari che si susseguono con cadenza quasi quotidiana e sperare che vogliano dare un loro contributo. Coinvolgere i politici perché si esprimano e si facciano carico di quello che è un “problema sociale di importante rilevanza”…. e per una volta si dimentichino che in larga parte sono ex-giudici o avvocati.
Grazie, per avermi concesso attenzione.
La saluto con una speranza.