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Il primato del materialismo dialettico

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«Questo mondo, che è lo stesso per tutti, nessuno degli dei o degli uomini l’ha creato, ma fu sempre, è e sarà fuoco eternamente vivo che con ordine regolare si accende e con ordine regolare si spegne»  
 
Eraclito, fr. 30, Diels, citato da Lenin nei “Quaderni filosofici”. 
 
Le acque stagnanti della filosofia italiana sono state recentemente agitate da una disputa estiva sul realismo e l’idealismo, che si è svolta tra Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Gianni Vattimo ed Emanuele Severino, i primi due sostanzialmente attestati su posizioni realistiche, il terzo su posizioni ‘lato sensu’ idealistiche. È così riapparsa nel dibattito filosofico e in genere culturale l’ombra del materialismo marxista, “convitato di pietra” di tale disputa. Siccome esistono, a partire dai menzionati fautori del realismo, anche e forse soprattutto posizioni intermedie fra il materialismo e l’idealismo, in cui si manifesta una concezione mutuata dal soggettivismo epistemologico kantiano, vale la pena di definire con la massima nettezza il confine che, malgrado l’apparente vicinanza e tentativi più o meno eclettici di contaminazione, separa queste posizioni dalla concezione materialistica della dialettica, quale è presente in Marx e quale è stata sviluppata, con il pieno consenso di Marx, dal suo grande amico e collaboratore Friedrich Engels. Il discrimine teoretico è costituito, oggi più che mai, dalla centralità del materialismo dialettico. Infatti, coloro che si orientano verso la ricerca di una ‘terza via’ tra materialismo e idealismo ritengono che la dialettica sia una semplice espressione della ricchezza e della plasticità della conoscenza umana. Sennonché una simile concezione implica di necessità l’affossamento delle tre leggi della dialettica che Engels arrivò ad enunciare sulla scorta di Hegel e previo ‘rovesciamento’ del suo idealismo assoluto.
 
   In effetti, il materialismo dialettico (in ciò identico ad ogni altro materialismo, dai filosofi presocratici in poi) procede nella direzione che la filosofia medievale indicava come ‘intentio recta’ (ossia una direzione orientata sulla realtà oggettiva, non, come l’‘intentio obliqua’, sul soggetto conoscente). Esso, dunque, non ricorre al soggetto per costituire la conoscenza e, attraverso la conoscenza, la realtà, ma, contrapponendosi agli effetti illusori connessi a questo modo (coscienzialistico e, in ultima analisi, idealistico) di concepire l’attività conoscitiva, si riferisce direttamente alla stessa realtà ed enuncia direttamente affermazioni su di essa, mandando a gambe all’aria la kantiana ‘cosa in sé’.
 
   Parimenti, il materialismo moderno (la cui più alta espressione, critica e rivoluzionaria, è contenuta nella teoria marxista-leninista) afferma che il mondo non può essere spiegato a partire dalle sensazioni e dai dati soggettivi, bensì a partire dalle strutture oggettive su cui si fonda. Diviene, così, chiaro, per fare un esempio che illustra molto bene la inscindibile connessione tra la filosofia, la critica dell’economia politica e il comunismo, il nesso organico tra la concezione materialistica e la tesi dell’oggettività dei processi economici. Quest’ultima si contrappone alla concezione soggettivistica secondo cui tali processi trarrebbero origine semplicemente dai bisogni degli uomini, cioè dalla domanda, categoria centrale dell’economia borghese post-classica. Tale concezione costituisce, non a caso, il supporto filosofico della scuola marginalistica, la quale, per il suo statuto epistemologico, s’inscrive nella tendenza empiristica, cioè in una variante dell’idealismo. Inoltre, per quanto concerne la presenza e l’importanza della concezione materialistica nel campo delle scienze fisiche e biologiche, è opportuno ricordare almeno, fra i contributi più recenti, la ricerca di Eftichios Bitsakis, scienziato e filosofo marxista greco, su «La natura nel pensiero dialettico» (2009).
 
   Engels, dal canto suo, enuncia le tre leggi della dialettica (la legge della conversione della quantità in qualità, la legge della compenetrazione degli opposti e la legge della negazione della negazione) non solo come ‘leges mentis’ (leggi poste dalla mente), giacché, se il loro àmbito di applicazione fosse esclusivamente questo, resteremmo chiusi nel cerchio magico del soggettivismo epistemologico kantiano, ma anche, e innanzitutto, come ‘leges entis’ (leggi della realtà stessa). Questa è la tesi fondamentale del materialismo dialettico. Una tesi che, a causa delle sue conseguenze rivoluzionarie, la borghesia attacca in tutti i modi, con tutti i mezzi ed in tutti i campi del sapere da almeno 160 anni; una tesi che i ‘Lohnarbeiter’ della borghesia (quale che sia la famiglia filosofica di appartenenza) combattono con tutte le armi a loro disposizione (non escluse quelle del fideismo e della superstizione); una tesi che tutti coloro che hanno sottoposto a revisione il marxismo hanno sempre cercato di stemperare, deformare, adattare, svuotare del suo duro contenuto materialistico.
 
   Infine, poiché quest’anno cade il ventesimo anniversario della morte di Ludovico Geymonat, filosofo della scienza e pensatore profondamente influenzato da Marx, Engels e Lenin, nonché fautore, negli anni ’70 del secolo scorso, di un rilancio del materialismo dialettico, giova chiarire sia il senso della battaglia culturale condotta da Geymonat sia la centralità e la priorità del materialismo dialettico, che fa di questa battaglia una prosecuzione delle indagini e delle conclusioni filosofiche di Engels e di Lenin. In uno specifico capitolo della fondamentale «Storia del pensiero filosofico e scientifico», Geymonat, riassumendo le critiche rivolte all’attività teorica di Engels (quella di essere un positivista e quella di essere un semplice ripetitore di Hegel), fornisce una risposta argomentata, con cui, oltre a fare giustizia di un certo anti-engelsismo di maniera, delinea la propria posizione filosofica. Il pensatore torinese ricorda, in primo luogo, che Engels comprese che il positivismo rappresentava nel secolo scorso l’erede diretto dell’illuminismo, di cui proseguì le più significative battaglie (contro l’oscurantismo clericale, a favore del pieno riconoscimento dell’importanza teorica e pratica della scienza) e che, essendo cosciente della sua importanza (non tanto quale corrente filosofica quanto) quale espressione dell’atmosfera culturale diffùsasi in Europa a séguito dei successi della ricerca tecnico-scientifica, sostenne che la classe operaia, che era portatrice di una nuova cultura, doveva schierarsi accanto ai positivisti e non contro di essi (cioè non a fianco dell’irrazionalismo del periodo imperialista), pur combattendone instancabilmente gli errori filosofici e le tendenze metafisiche. Geymonat spiega, del resto, come Engels nel portare avanti tale battaglia abbia riscoperto l’importanza e il valore, sul piano razionale, della filosofia hegeliana. Occorre, allora, anziché contrapporre la ragione scientifica moderna (espressa dal positivismo) alla ragione dialettica moderna (espressa dall’idealismo), come fanno sia gli apologeti della scienza che i suoi denigratori, ricercare la sintesi fra l’una e l’altra, scoprire il nesso intimo fra le due impostazioni culturali: questa è la tesi, limpida e profonda come l’acqua dei laghi svizzeri, enunciata da Geymonat. Il quale non dimentica, a differenza di chi gli rimprovera di oscillare tra positivismo ed hegelismo, l’insegnamento di Lenin, secondo cui, nell’epoca dell’imperialismo, la teoria marxista, diversamente dall’età precedente in cui Marx ed Engels dovettero combattere altri avversari, è caratterizzata dalla preminenza del materialismo dialettico rispetto al materialismo storico. In questo senso, la stessa applicazione della teoria gnoseologica del rispecchiamento, elaborata da Lenin, al rapporto struttura-sovrastruttura, concetto-chiave del materialismo storico, conferma la preminenza del materialismo dialettico.
10/09/2011
Eros Barone
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