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Sei in: VareseNews / Lavoro / "I lavoratori di oggi sono trapezisti senza rete di protezione" - 16/05/2011
 
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Busto Arsizio

"I lavoratori di oggi sono trapezisti senza rete di protezione"

Se ne è discusso al Museo del Tessile, nel corso di un convegno delle Acli dedicato all'evoluzione del lavoro in Italia. Dall'unità a oggi
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convegno  acli lavoro bustoCom'è cambiato il lavoro, come è cambiato il suo ruolo nella società e come è cambiata la società. Di questo si è parlato nella mattina di sabato 14 maggio al museo del tessile di Busto Arsizio nel corso del convegno delle Acli "L'evoluzione del lavoro nell'economia di mercato. Dalla retorica alla concretezza". Un incontro che, grazie alla partecipazione di tre docenti universitari, Lelio Demichelis e Giorgio Grasso dell'Insubria di Varese e Como e Pietro Cafaro della Cattolica di Milano moderati dal giornalista Stefano D'Adamo, ha cercato di dare una lettura storica, giuridica e sociologica prendendo in esame gli ultimi 150 anni del nostro paese. L'iniziativa è stata organizzata in occasione dell'anniversario dell'unità nazionale ed è stata affiancata da una mostra fotografica dedicata ai cambiamenti storici del lavoro nel Basso Varesotto realizzata grazie alle immagini dell'archivio Giovara di Gallarate.

Un territorio che soltanto due secoli fa era dedicato «prevalentemente all'agricoltura, dalla viticoltura al gelso e baco da seta: una complementarietà che diede spazio alle prime filande - ha spiegato Cafaro -. Ma da queste parti si era sviluppata anche una "alternativa eretica", quella di mettere il secondario, la lavorazione industriale, prima del primario, l'agricoltura, modificando una gerarchia consolidata in molte parti d'Europa. Allora pensare di mettere il secondario prima del primario poteva sembrare cervellotica, lo pareva anche in Inghilterra: era incredibile pensare di trarre ricchezza dal secondario senza avere risorse energetiche nè un mercato». Fu proprio l'area di Busto e dell'Alto Milanese a pagare i conti di una prima ondata di globalizzazione, un passato che ricorda ciò che il territorio ha vissuto di recente: «Qui - prosegue Cafaro - si pensava ad un Paese solo agricolo: dopo l'Unità si abbattono le barriere doganali puntando sull'esportazione. Ercole Lualdi, allora nel parlamento subalpino, poneva il problema in modo disperato: "Qui a Busto Arsizio", ripeteva, "siamo rovinati dai tessuti inglesi". Nel 1870 succede ciò che non si poteva prevedere: l'Europa viene invasa dalle granaglie americane, a bassissimo costo. Un primo fenomeno di globalizzazione simile a quel che si vive ora. E tutto quel sistema agricolo pensato in Italia crollò. L'agricoltura non poteva essere l'unica soluzione: le barriere doganali non servirono, ebbero solo l'effetto di aumentare i costi del pane. Furono le masse di diseredati a farci uscire da questa situazione. Tanta gente emigrata all'estero che mandò in Italia valuta pregiata».

I lavoratori allora dovevano fare i conti con condizioni ambientali disperate e i diritti erano soltanto un miraggio. Oggi è la Costituzione, la carta fondamentale, a ribadire la centralità del lavoro: «Le norme costituzionali sul diritto la lavoro hanno una grande forza - ha spiegato il professor Grasso proponendo l'analisi delle norme costituzionali che trattano l'argomento e parlando in particolare dell'articolo 1 che pone in esso il fondamento della nostra repubblica democratica -. Resta uno dei principi fondamentali anche se le forme del lavoro si sono diversificate e il contesto è cambiato. Qualcuno ha proposto di modificare quel dettato. Personalmente credo molto in una repubblica fondata sul lavoro piuttosto che fondata su altro. Non vorrei veder sostituita quella parola con nient'altro tantomento l'illegalità, le veline, il bunga bunga». «In questi ultimi anni - ha concluso il professor Demichelis - il lavoro è cambiato perché è cambiato il mercato, che è diventato mondiale. L'idea dell'economia immateriale è forse una retorica che ci accompagna dagli anni Ottanta: esiste sì il lavoro sulla rete, ma esiste ancora la catena di montaggio, lo dimostra la vicenda Fiat. Abbiamo quasi scoperto come un tuffo nel passato che la catena di montaggio esiste ancora. Un sociologo a cui sono molto legato, Zygmunt Bauman, parla modernità pesante e liquida: modernità pesante significava identità del lavoratore, mentre oggi si vive precarietà. Ci chiedono maggiore flessibilità ed è come un grande circo, ci hanno chiesto di fare i trapezisti che volano sempre più in alto ma ci hanno tolto le reti di protezione»

16/05/2011
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