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Samarate

«Questi ragazzi mi appartengono tutti»

Livia Pomodoro, presidente del tribunale dei minori di Milano è intervenuta a Librando per presentare il suo ultimo libro

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Ha tenuto il pubblico di “Librando”  inchiodato per quasi due ore sotto il tendone di piazza Italia. Livia Pomodoro, presidente del tribunale dei minori di Milano, lunedì sera, è intervenuta alla manifestazione culturale di Samarate per parlare del suo ultimo libro A quattordici smetto” (Editore Melampo). Un libro di “narrativa di frontiera” come lo ha definito l’editore – anch’egli presente alla serata – . Dodici storie vere di esistenze violate, di minori sfruttati e privati di ogni affettività.
Prima di parlare del libro, la Pomodoro ha fatto un accenno al modo vergognoso in cui la  stampa ha trattato la prima uscita dal carcere di Erika De Nardo (la ragazza di Novi Ligure che nel 2001 insieme a un complice uccise la madre il fratellino).

Li ha citati uno per uno i suoi ragazzi. Boris, Aurora, Petru, Dorin, Felipe e Soledad, Holga e Maria, Driss, Omar, Dinesh, Xin, Serik, Thomas erano tutti al suo fianco. «Queste storie ci insegnano – ha detto  il magistrato – la difficoltà del vivere, la violenza, la sensazione di essere parte di un’amara vita. Ci insegnano anche la difficoltà che abbiamo noi nell’intercettare quelle esistenze per dargli la giusta attenzione».

Di fronte a tanto dolore è difficile dare delle risposte, anche per un magistrato di grande esperienza come Livia Pomodoro. «Chi in certe situazioni gestisce un potere, deve avere la forza e il coraggio di rinunciare al senso di onnipotenza che deriva dal proprio ruolo. La vita è fatta di successi e fallimenti, si vince e si perde. E in queste storie a volte abbiamo fallito, come nel caso di Dorin. Capire il proprio limite nella vita è una buona cosa, a maggior ragione quando si ha a che fare con i minori».

Nelle storie raccontate c’è una presenza costante: è il senso di colpa che questi ragazzi vivono nei confronti del proprio passato e spesso nei confronti della propria famiglia di origine. «Questo è un argomento difficile. Saper affrontare e superare il senso di colpa è spesso l’elemento fondamentale nel recupero di un’esistenza. Ad esempio, nel caso di Boris quel senso di colpa così profondo era anche alla base del suo rifiuto di relazionarsi, della sua mancanza di affettività. È stato superato grazie al silenzio. Sì proprio il silenzio, quello che accompagna le giornate dei pescatori che osservano l’acqua e scambiano parole e instaurano relazioni solo durante il tragitto lungo il lago o il fiume. È stato un giudice onorario a stabilire quella relazione con il silenzio di Boris, che oggi vive una vita normale».

Il futuro è una parola che non compare quasi mai in quei racconti. Quelle dodici esistenze in qualche modo appartengono a Livia Pomodoro e con esse anche il loro futuro: «Come dicevo all’inizio, bisogna accettare il fatto che la vita è fatta di successi e fallimenti, di alti e bassi. E le vite di questi ragazzi non fanno eccezione. In un caso ho saputo come è andata a finire. Si tratta dei fratelli Felipe  e Soledad, entrambi violati dal padre e da un pedofilo italiano a cui venivano venduti. Ebbene, all’inizio i due fratelli non volevano vivere insieme perché il ricordo di quelle violenze vissute insieme li privava della loro dignità. Sono molto legati tra loro e si vedono come fanno  di solito i fratelli che vivono in luoghi diversi. Soledad si è sposata e ha avuto un bambino. Felipe è orgoglioso di essere zio e anche di essere cittadino italiano, perché qui ha ritrovato il senso della sua esistenza».

23/05/2006
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