Lorenzo ricorda quel tempo con piacere e non solo perché i ricordi della giovinezza sono i più belli. «Andare al casìno era un modo anche per ritrovarsi tra amici. Molte volte la Lina, una maitresse coi fiocchi, ci cacciava via con il flit, quello per disinfettare, ce lo spruzzava addosso dicendoci: "basta di far flanella". E comunque dopo mezz'ora trascorsa senza che consumavi ti buttavano fuori. Ma subito dopo ci rientravi». Ogni quindicina le ragazze cambiavano. Passavano con una carrozza dal centro della città, tutti lo sapevano e tutti le aspettavano. Andavano in questura per le registrazioni di rito e le visite mediche e poi subito in via Idria. «Solitamente le ragazze non erano più di sei, tutte sui trent'anni. Una di queste veniva chiamata "topolino", perché minuta, era la più richiesta per certe sue prestazioni. Quando se ne andava tutti si affannavano a chiedere quando tornava».
A trovare le signorine ci andavano tutti anche le autorità. «Nel casìno da cinque lire - continua Lorenzo - c'erano due entrate, quella principale e quella secondaria. Spesso quando arrivavano le autorità, laiche e non laiche, venivano fatte passare da dietro e l'entrata principale veniva bloccata per evitare che fossero riconosciuti. Un giorno ci incontrai anche il mio formaggiaio, che aveva sempre negato di andare nei bordelli».
Non esistevano i protettori, ma solo gli amici delle ragazze, e qualcuno di questi, dopo la chiusura delle case, se le è sposate. I controlli della polizia erano ferrei. «I questurini passavano ogni sera a controllare, solitamente intorno alle dieci. I casini erano luoghi sicuri, a quei tempi (tra il 40 e il 45 n.d.r.) c'era poco da scherzare. Magari rimorchiavano anche qualche marchetta gratis, ma tenevano tutto sotto controllo».
Le tariffe non erano fisse ma variavano dal tempo e dalla prestazione. «La prima cosa che le ragazze ti chiedevano, quando entravi in camera, era se facevi la singola o la doppia, e non si riferivano alla camera. Poi ti curavano come un bambino dall'inizio alla fine, con un'attenzione all'igiene quasi maniacale. Se dopo la prima, sceglievi la doppia prestazione suonavano un campanello per comunicarlo alla signora Lina. Comunque si pagava sempre prima, perché con la Lina c'era poco da scherzare».
Le due case, seppure differenziate nelle tariffe, avevano una struttura molto simile. Sei stanze, dove le ragazze eseguivano le prestazioni e dormivano, un salone con delle panchine al piano terra, e una sala da pranzo dove le ragazze, la maitresse e gli amici mangiavano insieme. Per le autorità c'era anche un privè, un salottino al riparo da occhi indiscreti. «La Lina era un donnone pratico, era della provincia pavese, e se ne stava sempre alla cassa, con in mano un frustino. Mentre all'entrata c'era la portinaia che controllava i documenti, ed erano molti quelli che li falsificavano».
Una puntatina in quello da dieci ogni tanto Lorenzo la faceva. «Non c'era molta differenza, però la curiosità era tanta e ogni tanto ci si andava, quando c'erano i soldi. Era solo un po' più chic, c'era più intimità e riservatezza. Ricordo che un giorno una persona mi regalò un chilo di sale, allora in tempo di guerra era oro, io lo dissi alla Lina, e lei mi propose uno scambio in natura. Mi fece un buono per dieci prestazioni».
Lorenzo ha una discreta esperienza di bordelli, una mappatura precisa con tanto di valutazione. Il casìno c'era anche a Luino, a Como e a Intra. Ma i più ambiti erano quelli di Milano, quello di via Meravigli e quello di via Fiori Chiari, mentre quello di via Botonuto aveva una brutta nomea. «Dopo la guerra - conclude Lorenzo - non frequentai più quelli di Varese. I casini di Milano erano più belli. Ricordo ancora l'effetto che mi fece quando entrai in quello di via Meravigli. Non eri tu che sceglievi le ragazze, ma venivi accompagnato in vari salottini, con molta più intimità, dove ogni tanto si fermavano le ragazze. Un altro mondo per stile, ma anche per spesa. I prezzi dopo la guerra erano lievitati moltissimo, si arrivava anche a 5 mila lire per una prestazione».
Il 20 settembre del 1958, la legge Merlin liberalizza la prostituzione. A Varese le case di tolleranza chiusero due giorni prima di quello stabilito per legge. Lorenzo è sicuro perché quel giorno lui ci andò, ma era già tutto sbarrato.
E così le ragazze di via Idria si trovarono in mezzo alla strada, ad accoglierle solo qualche trattoria o piccole pensioni, che qualche camera potevano ancora affittarla per permettergli di continuare ad esercitare il mestiere più antico del mondo. Qualcuna portò all'altare l'amico della casa e qualcuna ritornò al suo paese, come fece "topolino".
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28/11/2005 Michele Mancinoredazione@varesenews.it
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