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Varese

Schiave del sesso sfruttate e ricattate

Le ragazze pagavano fino a 5 mila dollari agli impresari dei loro paesi d'origine, debito che difficilmente riuscivano ad estinguere prostituendosi in Italia

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L'operazione della Squadra mobile e l'inchiesta della procura di Varese, coordinata dal sostituto procuratore Sara Arduini,  che ha portato alla chiusura di quattro night e di un albergo a Varese, ha portato alla luce anche il meccanismo che esiste dietro lo sfruttamento della prostituzione nei locali notturni. Le ragazze (almeno settanta al momento del blitz), che lavoravano nei quattro locali sequestrati provenivano quasi tutte da Paesi dell'ex impero sovietico: Ucraina, Russia e Lettonia. Prima di arrivare a Varese avevano girato in vari locali d'Italia: Como, Castelletto Ticino, Perugia e Cesena.

Gli impresari
Le ragazze v
enivano  reclutate  nei loro paesi di origine da impresari, un modo elegante per definire un lavoro che un tempo svolgevano i magnaccia o macrò, per dirla alla francese. Loro procuravano i documenti, i visti turistici, i contatti nei paesi dove  le ragazze si andavano a prostituire. In cambio chiedevano dai 4000 ai 5000 dollari. Non era necessario che la ragazza avesse fin da subito la disponibilità di quella somma, perché avrebbe avuto tutto il tempo di guadagnarla nei locali dove era destinata.

I guadagni e le spese
Lo stipendio mensile che il padrone del night pagava alle ragazze si aggirava intorno ai seicento euro a cui si doveva aggiungere una piccolissima percentuale sulle consumazioni dei clienti (poco meno di  2 euro per  ogni bottiglia). Cifre lorde, perché l'impresario italiano tratteneva i soldi per l'alloggio, quasi mai a buon mercato,  una stanza d'albergo o in altri casi posti letto in appartamenti, sempre di proprietà degli impresari, da condividere con altre sventurate. Una volta sul luogo di lavoro, oltre al debito originario, le ragazze dovevano pagare le percentuali ai vari sfruttatori: il 10 per cento del guadagno giornaliero all'impresario straniero e la stessa somma a quello italiano. Ogni quindici giorni venivano fatti i conti delle consumazioni che le ragazze facevano fare ai clienti. In un registro accanto al nome della ragazza venivano annotate tutte le consumazioni. Se una ragazza non ne faceva fare almeno ottanta veniva allontanata dal locale.

Il cliente
I frequentatori dei locali erano quasi eslusivamente della provincia di Varese. Se un cliente voleva appartarsi dietro un separè con una ragazza doveva ordinare una bottiglia, del costo di 150 euro, cifra che gli consentiva di rimanere in intimità con la ragazza per un'ora. Se un cliente voleva allontanarsi dal locale con una ragazza doveva accordarsi con il proprietario del night  e aveva due possibilità: 100 euro per ogni ora che la ragazza mancava dal locale e 200 euro per tutta la serata. Se una ragazza faceva una serata di assenza, per qualsiasi motivo, gli venivano tolti cento euro dallo stipendio della "quindicina" ( è il periodo di rotazione delle ragazze nei vari locali) e fino a 200 euro se si prostituiva con un cliente all'insaputa dell'impresario, perché quella sarebbe stata la cifra che il cliente avrebbe pagato al night per il suo "affitto". Le giovani, infatti, venivano sorvegliate nei loro spostamenti dai proprietari dei locali anche quando non erano al "lavoro".

Il ricatto
Le ragazze con i soldi che guadagnavano e con le percentuali che dovevano pagare a chi le sfruttava non riuscivano quasi mai a liberarsi dal debito originario, quello del viaggio, rimanendo così schiave del meccanismo e alla mercè degli impresari. Si ritrovavano così legate a doppio filo con i loro sfruttatori che le tenevano in pugno, perché finito il primo contratto trimestrale, non essendo estinto il debito di partenza dovevano rinnovare il contratto e pagare una cifra ulteriore. Per questo motivo si ritrovavano sempre più indebitate e impossibilitate ad uscire da questo circolo vizioso. Un ulteriore ricatto erano i documenti che venivano requisiti dagli impresari appena arrivavano  in Italia, impedendo così alle ragazze di rivolgersi alla polizia. Senza documenti, infatti, sarebbero state rispedite nel loro paese d'origine dove ad aspettarle c'era quasi sempre l'impresario che le aveva reclutate, pronto a rifarsi su di loro e sulle loro famiglie.

28/11/2005
Michele Mancinomichele@varesenews.it
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